L'inviato speciale di altitudini.it Omar Gubeila in marcia verso il rifugio Chiusa

L’inviato speciale di altitudini.it Omar Gubeila in marcia verso il rifugio Chiusa

Omar Gubeila e Silvia Benetollo hanno appena concluso la loro missione di “inviati speciali” di altitudini.it al Kiku. International Mountain Summit (IMS) di Bressanone. Erano i prescelti dalla giuria del Blogger Contest.2015 per raccontare l’IMS ai lettori di altitudini.it. Quello che segue è il report del nostro inviato Omar Gubeila e presto potremmo leggere anche quelli di Silvia Benetollo.


Quelli di Altitudini mi mandano… e io ci vado. La serpentina di asfalto nero scorre sotto alle ruote della mia auto. Miro a casa. Torno in Carnia lasciando in Tirolo un alito della mia anima, leggero ed impalpabile come la neve che oggi scendeva alla Geisler Alm sotto alle Odle. Un’avventura terminata, condotta ad occhi spalancati e braccia aperte, pronto a vivere ogni attimo di questa strana esperienza dell’International Mountain Summit di Bressanone. Quelli di Altitudini mi ci mandano, in senso buono, e io ci vado. Eccome se ci vado!

Va in scena la serata “Not available”. Da “inviato speciale” mi hanno appeso un cartellino con scritto PRESS, onorificenza o onere incolmabile? Ma il tempo per sbrogliare questo grosso interrogativo, per me che di mestiere faccio tutt’altro, scappa via lesto e mi trovo subito seduto all’interno del Pala Forum di Bressanone. Va in scena la serata “Not available”, del non raggiungibile. Sul palco, come dice la voce della traduttrice nelle mie cuffie, sale Florian Meister.
Sapete chi è Florian Meister?
Mi sento un po’ stupido e mi chiedo come abbia fatto finora ad ignorare l’esistenza di Florian Meister. Eppure un nome tale non mi ricorda alcun collegamento ad ascensioni estreme o discese pericolose. La traduzione prosegue e pare proprio che non d’alpinista si tratti, bensì di manager altolocato nei palazzi della finanza di qualche grossa città della Germania. Guardo sbalordito l’amico che mi siede accanto cercando nei suoi occhi la risposta alla domanda che a me gira da un pò in testa: “Ma questo qui, chi cavolo è e cosa mai ci fa qui al Summit della montagna?”
Vengono proiettate sul mega schermo della sala le vicissitudini del businnes man che se la ride sotto i baffi davanti ad una platea colma di persone. Scorrono immagini di panorami azzurri e prati verdi dell’estate dove intento nelle faccende della malga è proprio il manager che sul palco indossa scarpe di vernice. Massaggia formaggi, prepara pietanze e spala anche il letame.
Il senso di tutto ciò? Lui deve scappare, lui non vuole essere raggiungibile da nessuno durante i mesi dell’alpeggio. La sua pace, la sua tranquillità di uomo, l’equilibrio e il baricentro della sua vita non sono le pecunie, anche se qualche sospetto da taluni concetti espressi mettono dubbio, ma la montagna.
La solitudine rubata al civile in quei due mesi di permanenza in alto.
Esprime concetti sulle moderne tecnologie, dialoga con il moderatore in un tedesco stranamente morbido. L’auditorium si fa salotto mentre il dibattito prende come filo conduttore la coscienza che la montagna rende migliori, la montagna ti riconsegna alla città che sei in grado di guardare negli occhi gli altri, capace come non mai di dare importanza ai rapporti interpersonali, di dedicare il giusto tempo alla giusta persona. Questo è per Florian quello che rappresenta, in estrema sintesi, la sua visione di una fuga che oramai si impone, o meglio dire si regala, da parecchi anni.
E voi, cari lettori, concordate con questa tesi?

L'alpinista Stefan Glowacz  sul palco dell'IMS

L’alpinista Stefan Glowacz sul palco dell’IMS

Stefan Glowacz, altronon raggiungibile”. Altro “non raggiungibile” è colui che la solitudine se la va a cercare nei posti più inospitali e crudi del pianeta Terra. Stefan Glowacz è stato un mio mito fin da ragazzo perché arrampicatore dal talento sopraffino. Vedermelo qua di fronte è un’emozione strana, lo facevo più “montanaro”. Belloccio ed abbronzato, con i capelli lunghi una vita, accompagna la platea in tre avventure dove essere “non raggiungibili” è il vero scopo di tante fatiche.
Sulle gole francesi del Verdon ci lascio gli occhi, lui probabilmente un pezzo di cuore visto che torna annualmente a La Palude per misurarsi con il calcare migliore d’Europa. Tra aneddoti divertenti, a volte anche macabri, approfondisce con fare da guida turistica l’avvento dell’arrampicata libera negli anni ’70 e la sua evoluzione inarrestabile fino ai nostri tempi.
Guardando impaziente l’orologio Stefan ci porta poi con se nella profonda e fredda Russia, nella catena degli Urali dove i “7 giant” aspettano qualcuno per essere saliti. Questi sette spettacolari monoliti di granito si elevano dalle tondeggianti colline degli Urali in mezzo al nulla e apparentemente senza un motivo scientifico.
L’atmosfera è ancestrale, misteriosa e vagamente sfocata di spiriti. Scorrono immagini di fredde steppe, venti artici e uomini attaccati alla vita.
L’avventura più grande per l’alpinista tedesco resta tuttavia la vita familiare. La serata si chiude con le immagini della “spedizione famiglia Glowacz” in Canada, dove assieme ai suoi figli percorre con la canoa lunghissimi e larghissimi fiumi ricolmi di naturalità allo stato puro. Tra salmoni, orsi, laghi e tante zanzare il loquace Glowacz chiude tra gli applausi questa serata di venerdì.

Matto, matto, matto ma simpaticissimo Sketchy Andy

Matto, matto, matto ma simpaticissimo Sketchy Andy

Sabato si parte per il “Gore-tex walking day”. Sabato mattina il ritrovo è con gli altri giornalisti presso un parcheggio indefinito sopra alle montagne di Bressanone. Oggi si chiamerà “Gore-tex walking day” e ci sarà da camminare.
Ho scelto, in teoria, la camminata più impegnativa delle due programmate. Arrivo al parcheggio sopra il disteso paesello di Lazfos in tempo per vedere l’allegra comitiva inoltrarsi nella strada bianca di neve che sale verso il rifugio Chiusa, sui 1900 metri di quota.
Che il Summit della montagna sia internazionale lo si capisce dal gruppo eterogeneo che cammina oggi assieme a me su queste strade realizzate in luoghi dagli scenari stupendi: c’è il gruppo di coreani alle cui mani, come appendici del proprio corpo, non mancano mai videocamere e smartphone; c’è la giornalista russa specializzata in outdoor che fatica a scendere anche dal pulmino per la sua forma non proprio longilinea ed atletica; c’è il giovane talento americano della slackline (al secolo Andy Lewis) che mi impressionerà più tardi nel prato presso il rifugio; ci sono alcuni esemplari di gente italica dalla famigliare parlata (cosa rara da queste parti, ma questo è un altro discorso) e un ragazzo dalla forza d’animo più grossa di tutte le cime che ci stanno attorno: paraplegico da anni, insegna la forza di vivere a chi gli sta accanto mentre a suon di bicipiti sale con il suo triciclo MTB la strada innevata verso il rifugio.
Nella salita l’americano dai biondi ricci impressiona tutti i presenti facendo quello che gli vien meglio nella vita: stare su di un filo teso a guardare il Mondo dall’alto. Saltare, ballare, dondolare sono tutte metafore che la sua figura trasmette. Le vere regole della vita che Sketchy Andy, così si fa chiamare, s’è dato e trasmette agli altri sono due alberi piantati nel fondo del suo essere come i pali a cui ancora le estremità delle sue funi: libertà d’azione e l’adrenalina vista come droga della vita, come linfa vitale per non appassire. Certo, dar peso e credere che questo giovane davanti a me che indossa lunghe orecchie bianche da coniglio come copricapo possa insegnarci “come vivere” ha dell’incredibile o quantomeno dello strabiliante. Eppure…
Eppure il carico umano di questo ragazzo, pazzo come un cavallo, è talmente carismatico che riesce ad inculcarci il dubbio che non tutti stiamo vivendo al meglio la vita, che va fatto quello che il cuore comanda per stare bene. Una ne abbiamo a disposizione, di vita, ed Andy di sicuro la sta facendo fruttare ogni attimo, equilibrandosi su di una fettuccia completamente slegato e nudo a 300 metri d’altezza, buttandosi dai grattacieli delle city o saltando in acqua da 30 metri d’altezza nel mare della Tailandia.

Tamara Lunger e alla spalle la madre

Tamara Lunger e alla spalle la madre

I luoghi del cuore di Tamara Lunger. Dal rifugio Chiusa, dopo uno spazio dedicato all’intervista “seria” di Sketchy Andy, i più “temerari” affrontano l’ascesa ai luoghi del cuore di Tamara Lunger, altro personaggio di spicco tra quelli che oggi stanno camminando con noi. L’ascesa è lunga visto il ritmo medio da camminata rilassata ed approfitto per intervistare il famoso Hanspeter Eisandle. Vi fate un’idea del personaggio guardando il video dell’intervista.

Questo alpinista mi colpisce molto per disponibilità e riflessioni sulla vita in montagna. Dicono che i migliori siano anche i più modesti, mi pare di avere trovato uno che ricade perfettamente nei canoni di questa categoria.
L’ascesa verso il rifugio Shutzhaus Latzfonser Kreuz scorre interessante anche perché il panorama s’è ampliato di molto e la zona particolarmente suggestiva invita alla contemplazione di quanto ci circonda. A terra una trentina di centimetri di neve presagiscono il prossimo inverno.
All’interno del rifugio, dopo un buon pranzo tipico, in cattedra sale Tamara Lunger che qui è di casa: il rifugio è gestito dai suoi genitori da parecchi anni, si può dire che le spedizioni che in questi ultimi anni ha compiuto e che l’hanno resa famosa (Manaslu, K2, Peak Lenin, Muztagh Ata, Cho Oyu ed altri) da qui cominciano e qui finiscono, nello specifico dall’interno della chiesetta votiva posta nei pressi del rifugio. Tamara è una forte credente, l’avventura è la sua vita, vissuta da qualche anno a tali regimi che la mente va dove il corpo non la segue. Un esempio? Al rientro da una spedizione che la vede protagonista assieme a Simone Moro, Tamara partecipa e vince la Transalpin run, gara di endurance massacrante. Il risultato? Fisicamente finita, con tanto di flebo attaccate in un letto di ospedale, è costretta a fermarsi completamente per un mese prima di ripartire. Ma Tamara è una a cui la sofferenza non pesa, anzi, la cerca e lo ribadisce più volte. Lei vuole soffrire, chi l’avrebbe mai detto di questa ragazzotta con il viso d’angelo che è ora qui davanti a me?
Per oggi il tempo dell’alta quota è finito, rientriamo verso l’automobile in attesa dell’appuntamento serale del Pala Forum.

E alla sera: Mountain Xtreme by Gore-Tex. Il menù serale prevede un trittico di personaggi altisonanti, servito con contorno di filmati e fotografie in bella vista.
Di Tamara sappiamo quasi tutto e la sua presentazione è conferma di quanto conosciuto in quota nel suo rifugio. Forse il viso acqua e sapone stasera è più teso, ma chi non lo sarebbe davanti a questo folto pubblico?
E’ il turno di Robert Jasper, un uomo una sfida. Forse il personaggio che meno mi entusiasma dell’intera durata dell’IMS. Sarà perché un po’ bruttino, non che mi interessi, sarà che il piglio che imprime alla sua chiacchierata è autoritario come il suo stile di arrampicata, fatto sta che non riesco ad invidiarlo mentre sale linee di misto tra le più difficili del mondo o ripete in arrampicata libera la direttissima dei Giapponesi alla parete nord dell’Eiger.
Molto più alto è l’entusiasmo per Andy – coniglio – Lewis che nonostante dimentichi completamente dove abbia archiviato la presentazione sul portatile, fra battute esilaranti e video da galera, conquista con la sua spensieratezza tutta la sala: un tripudio!

In Val di Funes la montagna ci sorride (Ph. Stefania Ventura)

Prosit! In Val di Funes la montagna ci sorride (Ph. Stefania Ventura)

Domenica si parte per la Val di Funes: la montagna ti sorride. Domenica mattina ci aspettano in Val di Funes per l’ascesa alla Gaisler Alm, posti in cui il piccolo Messner c’ha passato l’infanzia e non solo. Posti dove il Reinoldo ha iniziato ad arrampicare per diventare quello che tutti sappiamo, posti che sarebbe bello vedere ma che oggi sono celati da nuvoloni che continuano a scaricare neve. Tuttavia gli amici dell’IMS non si fanno certo intimorire da quattro fiocchi di neve, anzi!
Raggiunta la malga in un paio d’ore di cammino, tra larici e pini cembri, il gruppo coreano si diverte a più non posso nei prati antistanti costruendo perfino due grossi pupazzi di neve. Il bello della montagna è anche questo, tornare bimbi per un attimo. Gli altri, compreso il sottoscritto, preferiscono godersi lo spettacolo con un buon bicchiere di Pinot grigio in mano al caldo dei falò accesi all’esterno. Mantenere caldi gli animi sarà poi compito dei “Nice price”, gruppo country dal groove incredibile, tanto che si arruolerà in breve uno dei coreani più simpatici (ma non erano a fare pupazzi di neve?).
Scendendo, al ritorno, scambio ancora quattro chiacchiere con Eisandle che oramai è diventato un “conoscente”.
Penso alla fortuna che ho avuto di vivere questa possibilità, agli insegnamenti arrivati dalle persone che reputavo più fuori di testa ma, alla fine, genuine come l’aria di questi boschi che sto respirando.
Tesori da conservare per la vita.
IMS 2015 di Bressanone, io c’ero!





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Omar Gubeila autore del post

Omar Gubeila | Frequentatore alpestre da più di 15 anni, amo la montagna in tutti i suoi aspetti. Arrampico su roccia e ghiaccio, pratico lo sci alpinismo, l’alpinismo classico, la MTB, sono tecnico di soccorso alpino nella stazione di Forni Avoltri.

3 commento/i dai lettori

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  1. Silvia il17 novembre 2015

    Ciao Giorgio, non credo proprio che Tamara non conosca il significato della parola ‘avventura’. Quello che voleva dire, per come la vedo io, è che durante spedizioni su montagne remote e sconosciute c’è sempre avventura, ma in un certo senso è ‘prevedibile’. Ovvio, non sai mai cosa ti può succedere, ma di certo sai che ti stai impegnando in un viaggio ‘avventuroso’ (passami il termine da letteratura per ragazzi). Invece quando esci sulle montagne di casa, che magari conosci a menadito, puoi intraprendere una normale escursione oppure imbatterti nell’avventura, quella inaspettata e imprevedibile proprio perché sei sotto casa. E trovo singolare questa risposta, da parte di un’alpinista con un portfolio così folto e interessante di spedizioni; evidentemente secondo Tamara l’avventura di per sé è disgiunta dal luogo che si visita e dal tipo di uscita che si fa – semplice o difficile -, perché a ben vedere la si può trovare dappertutto. Credo fosse questo il senso delle parole di Tamara. Ovvio poi che ognuno ha le proprie categorie di avventura, e non ce n’è una giusta e una sbagliata; semplicemente è un fatto personale, e ognuno la concepisce in maniera diversa. Spero di essere stata chiara.

  2. Giorgio Madinelli
    Giorgio il13 novembre 2015

    Scrivo qui, ma avrei voluto farlo da Silvia, epperò il webmaster si è dimenticato della finestra dei commenti. A fronte del buon lavoro svolto, immagino che le letture siano state molte, i commenti zero non gratificano.
    Dico la mia sulla questione dell’avventura che era in dotazione di entrambi i giornalisti, visto che son partiti da qui dove l’argomento è stato presentato con 56 sfaccettature.
    Mi è piaciuta un sacco la risposta di Eisandle, personaggio pratico e senza grilli per la testa; l’avventura viene quando sbagli qualcosa, altrimenti è solo un’altra opera portata a buon fine.
    Lungi da me dal fare facile ironia, ma non si può che sorridere sulla risposta di Tamara!
    Si tratta forse che ella non conosce il significato della parola? Forse ritiene che salire un pendio mai fatto e scendere in un vallone mai visitato, in un complesso di montagne che comunque e grossomodo conosce sia l’avventura? Avventura è per lei l’ignoto? Ma, allora con tutte quelle montagne ignote che sale, per lei è sempre avventura?
    Non capisco, forse si è espressa male; probabile volesse dire che le cose più semplici son quelle che danno maggior soddisfazione; però con questo discorso l’avventura non centra.
    Silvia devi tornare da lei e chiederle cosa intendeva. O tu hai capito? Se sì, spiega.

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