Mi trovavo a Kalymnos forse per arrampicare con un amico ma verosimilmente per cercare

di sfuggire alle contraddizioni ancora irrisolte della mia vita: depressione, solitudine, mancanza di voglia di vivere, malesseri mentali…
In una splendida caletta dell’isola greca e di fronte al mare ora azzurro ora blu dell’Egeo, ebbi finalmente chiaro cosa proporre a mio padre e a mio figlio per aiutarli a risalire dall’inferno in cui erano precipitati.
Mio figlio Legend era schiavo di letali sostanze chimiche altresì chiamate droghe, mentre il mio vecchio padre Ian era prigioniero di un mostro tenace altresì chiamato cancro.
Al ritorno, incontratomi con Ian e Legend, dissi loro «…insomma vi propongo una via di uscita dal vostro tunnel mortale: prendete l’attrezzatura alpinistica, vi dò un po’ di soldi e scappate in un rifugio in montagna!» All’unisono mio padre e mio figlio replicarono che il problematico ero io e non loro ma poi accettarono questa insolita proposta terapeutica.
Fu strano e commovente al tempo stesso vedere partire il figlio tossico con il padre oncologico, sostenendosi a vicenda, verso una meta ignota. Legend si lamentava che non c’era neanche una pianta dove potersi impiccare, Legend si chiedeva come mai proprio a lui fosse capitato un nonno Messner… ed anche mio padre Ian non era affatto convinto della mia proposta.
I primi giorni furono difficili per tutti: Legend voleva le pasticche chimiche, mio padre Ian pensava alle medicine mancanti ed io mi struggevo al pensiero di aver fatto o meno la cosa giusta.

Io e mio padre Ascanio (Ian) sul ghiacciaio della Marmolada

Io e mio padre Ascanio (Ian) sul ghiacciaio della Marmolada

Ian, da vecchio alpinista, prese il compito

assegnatogli con molta passione e con molta pazienza cercando di insegnare a Legend come scalare le piccole, ripide, pareti circostanti al rifugio Brentei.
Dopo una decina di giorni ricevetti una telefonata, carica di entusiasmo, da Legend in cui mi spiegava che quel giorno avevano scalato una paretina di due lunghezze di corda: da quanto tempo non sentivo entusiasmo nella voce di Legend…
Ian si stava dimenticando della propria malattia e giorno dopo giorno Legend sostituiva la chimica con rinnovato entusiasmo per le pareti.
Infine un giorno Ian mi telefonò chiedendo di portare al rifugio le mezze corde ed i friend poiché volevano salire assieme a me sul Campanile Basso: li raggiunsi velocemente all’indomani.
Ian non riuscì a dormire poiché troppi ricordi lo legavano al Campanile Basso. Si ricordava della sua Jenny con cui era salito sul Basso e di tutti gli amici con cui aveva arrampicato in tutto il gruppo del Brenta. E poi temeva per la salita sia per sé che per Legend. Sarebbero stati all’altezza?
Legend pure passò una notte agitata: finalmente un obiettivo non chimico, finalmente uno stimolo vitale… ma guardare il Campanile gli causava una certa apprensione: si promise di smettere di fumare qualora fosse arrivato in cima e ridisceso sano e salvo.

Partimmo presto, sentimmo il sangue pulsare

nelle vene delle tempie per lo sforzo, il sudore scendeva copiosamente mentre ci avvicinavamo all’attacco del Campanile. C’era caldo, troppo caldo per la stagione.
Poi finalmente l’azione dissolse i dubbi: arrampicare, mettere qualche cordino su spuntoni, preparare la sosta, recuperare il compagno, online casino leggere la relazione e prepararsi per una nuova lunghezza… Ian e Legend avevano vivisezionato il Campanile in sedici lunghezze di corda ed avevano scomposto il problema in sedici problemi di minor grandezza. Purtroppo al problema numero dodici, quando tutto stava andando per il meglio, purtroppo sorse un vero problema.
Le nuvole che ci avvolgevano da bianche diventarono nere, cominciò a piovere e cominciò a tuonare e a grandinare come spesso succede in Dolomite.
A fatica raggiungemmo la grande cengia, da tutti chiamato lo Stradone Provinciale e in mezzo al finimondo cercammo gli ancoraggi delle corde doppie per scappare da quel mondo inospitale.
Più scendevamo e più acqua, grandine, sassi scendevano con noi. Ma in cuor nostro ci sentivamo affiatati e tranquilli poiché nulla poteva capitarci. Quando arrivammo al rifugio avevamo le mani così gelate che non riuscimmo ad allentare i nodi della corda e fummo aiutati dal gestore.

Quando mio figlio Anchise (Legend) era piccolino e si divertiva a fare bouldering in montagna con me

Quando mio figlio Anchise (Legend) era piccolino e si divertiva a fare bouldering in montagna con me

«Papà non siamo riusciti ad arrivarci»

mi diceva Legend «ma il progetto è solo rimandato… ho visto che possiamo farcela, la scalata non è difficile e neppure troppo lunga, e poi il nonno è una certezza…»
L’indomani con il sole ed il tempo stabile la salita fu «una tranquilla salita per signore» come la definì Ian e quando arrivammo in cima Legend era molto soddisfatto.
«Non pensavo di salire ancora, con un piede già nella fossa, per l’ennesima volta su questo paracarro» disse Ian.
La discesa fu laboriosa, richiese attenzione… ma finalmente arrivammo sulle ghiaie del fondovalle. Nel tornare al rifugio non parlammo, eravamo decisamente silenziosi. Sentivo che qualcosa stava cambiando soprattutto in me stesso: mi stavo riappropriando di una vita che mi era sfuggita di mano.
Il gestore poi ci accolse con affetto, con una grande birra e presentandoci Virginia, sua figlia maggiore che era salita al rifugio ad aiutarlo: mi accorsi che Legend non era indifferente alle grazie di questa procace ragazza – ma questa è un’altra storia…
Ero salito al Brentei per aiutare mio padre e mio figlio ma in realtà non ero io ad aiutare loro, ma loro che mi stavano aiutando a ritrovare la mia perduta realtà. I nostri problemi non erano tutti risolti ma eravamo incamminati di lena sulla strada della risoluzione.
Io come Enea, stretto fra il vecchio Anchise ed il giovane Ascanio, aiutandoli a scappare da Troia in fiamme. 

Statua di Gian Lorenzo Bernini, conservata a Villa Borghese in Roma, raffigurante Enea con il padre Anchise su una spalla e con il figlio Ascanio mentre fuggono da Troia in fiamme

Statua di Gian Lorenzo Bernini, conservata a Villa Borghese in Roma, raffigurante Enea con il padre Anchise su una spalla e con il figlio Ascanio mentre fuggono da Troia in fiamme

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Massimo Bursi autore del post

Massimo Bursi | Trentennale scalatore di crode dolomitiche, appassionato di montagne in tutte le stagioni, di storia dell’alpinismo, ama scrivere racconti di montagna (secondo classificato al Blogger Contest.2012), abita in provincia di Verona.

6 commento/i dai lettori

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  1. Carlo il17 ottobre 2014

    massimo sei il mio nuovo mito!

  2. Veronica Cantù
    Veronica il30 settembre 2013

    Mi ero commossa al tuo post dell’anno scorso, mi sono commossa nuovamente a questo.
    Splendido.
    Veramente.

    • Massimo Bursi
      Massimo Bursi il30 settembre 2013

      Grazie Veronica del tuo commento.
      E’ bello sapere di avere almeno un lettore che ti segue e ti apprezza!
      Ancora oggi Non so proprio se la montagna sia un farmaco guaritrice o meno ma è una passione che sicuramente fa grossi miracoli.
      A presto!
      Massimo

      • Lorenzo Filipaz
        Lorenzo Filipaz il30 settembre 2013

        Beh allora aggiungi un altro follower col sottoscritto ;-) – inaspettato questo racconto così “personale” che rimette in discussione il mito: Enea e Anchise, chi portava chi? Bello!

        • Massimo Bursi
          Massimo Bursi il30 settembre 2013

          Ciao Lorenzo!
          … i miti sono fatti per essere abbattuti o rivisitati in chiave moderna o personale.
          A distanza di tempo non so ancora se io portavo o se ero portato… ma che importa???

  3. Lara il8 agosto 2013

    La montagna come unico vero, insostituibile farmaco, montagna guaritrice.
    Grazie per aver voluto condividere questa tua avventura.
    Molto bello.

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