I colleghi lo chiamavano “Fantozzi” per via del fisico tondeggiante.

Lui era un impiegato di media caratura senza particolari ambizioni di carriera che definiva quei soggetti “Novanta gradi” sempre pronti a piegarsi alle bizze del direttore anche fuori ufficio.
Il capo era un tipo tosto dalla mascella volitiva con due passioni imperiose: il tennis e lo sci. Coinvolti e travolti da quelle pratiche sportive i sottoposti si adeguavano partecipando a corsi, tornei e gare senza respiro organizzati per divorare tutto il tempo libero. “Fantozzi”, cioè Paolone, Paolo di nome, no! Lui del tennis diceva: «La mia racchetta è la zappa, il mio campo, l’orto di casa e non servono prenotazioni.»
Per lo sci non sprecava commenti, gli bastava sentir parlare i colleghi tutti i lunedì invernali di quelle gare sociali senza fine, lungo quelle piste che sapevano di fritto. Però, però lo sci gli aveva ispirato un qualcosa, non come sport in sé, un’inezia che s’era inserita nell’animo inerte d’impiegato di concetto. Dove si pratica lo sci? In montagna, allora basta cancellare alla vista le piste, i tralicci, impianti, gabbioni e chioschi vari, cosa rimane? La montagna!
Ecco l’animo freddo dell’impiegato si fece perturbato, commosso senza nulla di razionale, ma per pura illuminazione casuale come quando cadde nella trappola di sua moglie, suo vero principale.

Roccia ottima

Roccia ottima

Scosso nella pigrizia fisica Paolone si iscrisse

alla locale sezione del club alpino e cominciò a percorrere sentieri, a raggiungere rifugi, bivacchi, poi forcelle e cime, quindi a frequentare palestre e corsi. L’età? I quaranta erano ormai un ricordo, ma il fisico teneva e, nonostante la pancetta che bilanciava lo zaino, non sfigurava affatto. Gli furono assegnati gli istruttori più pazienti, uno in particolare, pignolo al limite della noia, uno che continuava a ripetere: «Primo, la sicurezza. Secondo, non c’è nulla di facile, la roccia non è mai banale. Terzo, ogni grado di difficoltà ne esige almeno due di prudenza.»
Paolone non si stancava di sentire sempre le stesse raccomandazioni, eseguiva ogni mossa, ogni manovra con un puntiglio ammirevole anche se la massa corporea intralciava non poco l’agilità, mentre i ragazzi, compagni di corso, arrampicavano già come lucertole. L’allievo non se la prendeva, respirava a pieni polmoni, s’accontentava dei suoi scarsi progressi incoraggiato dal buon istruttore e perseverava.
I colleghi di lavoro cominciarono a sospettare, a indagare, a spiare, finché, un lunedì, uno di loro lo nominò “Rinaldo”.

«Che sarebbe questo “Rinaldo”?»

chiese Paolone curioso più che infastidito.
«”Rinaldo” è la forma italiana del nome del famoso scalatore altoatesino, si o no?» fu la risposta.
«E che c’entra?»
«Non sei uno scalatore anche tu? Magari ancora non famoso, ma in seguito, non si sa mai.»
«Chi te l’ha detto che io vado in montagna schiacciapalle?»
«Un’ aquila che passava sopra la tua palestra e che ha visto uno scoiattolone incastrato tra le rocce. Comunque sempre meglio “Rinaldo” che “Fantozzi”, non ti pare?»
La discussione si chiuse lì, senza code anche perché le preoccupazioni dell’impiegato scalatore erano ben altre: la via, la via vera, la prima, quella che muove ai timori e apre alla speranza. Speranza? Certo la voglia di vincere il dubbio, di dimostrare a sé che si può, poco, ma si può.

Roccia ancora buona

Roccia ancora buona

Dopo un’ora abbondante di avvicinamento

eravamo all’attacco. Bella parete, ottima roccia, via non difficile e ben studiata, seguono riepilogo e raccomandazioni poi si parte: secondo, secondo, un po’ di terzo e avanti, una, due, tre soste, tutto bene a parte un certo tremore alle gambe in qualche passaggio subito lenito dall’esperienza dell’istruttore. Alla quarta sosta ecco il problema: un affare, come si chiama? Diedro? Camino? Un accidente liscio come il ghiaccio non lungo, un solo passaggio da superare in opposizione, già studiato, spiegato, superato mentalmente, ma là, appena sotto, non c’era verso di salire. La scuola aveva previsto la comoda cengia che taglia la parete sulla sinistra che esce in cresta sulla via normale e “per facile sentiero si raggiunge la cima”.
Una sconfitta? No, diremmo una vittoria mancata, anche perché quella soluzione era stata abbondantemente illustrata e anche altri allievi, ben più giovani, l’avevano adottata. Ma a Paolone quella cosa lasciata a mezzo era rimasta nel gozzo.
Ma la montagna non è solo arrampicata, ne è un solo aspetto, affascinante, esaltante, ma, ma non il solo. E poi l’età che si mangia l’agilità per non parlare di riflessi, di forza, di acciacchi: bisogna pure accontentarsi di andar su con buona gamba e relativa fatica. Però quella via era una cosa a mezzo che andava completata.

Roccia dura come la testa

Roccia dura come la testa

Così fu. Con una guida? Con una guida,

gli intimò la moglie, pena, una domenica al mare. E vada per la guida anche se all’impiegato di concetto sapeva di soluzione compromissoria come risolvere questioni sentimentali con la carta di credito. O così, o non si fa nulla! Pronti, via!
Un gran bel sabato, gran bella salita, senza tremori di sorta, in piena sicurezza superò quel benedetto passaggio senza quasi avvertire la difficoltà e uscì sulla cima per primo con i complimenti della guida. Fiero come Garibaldi si guardò un poco attorno e quella vetta gli parve diversa dal solito, più alta, più solenne, gli sembrò che le altre cime all’intorno applaudissero, che i residui nevai della vallata sottostante fossero bocche aperte al sorriso ammirate dall’impresa di Fantozzi, Rinaldo, Paolone finalmente Paolo.

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Mario Ferrazza autore del post

Mario Ferrazza | Pensionato, escursionista, buon camminatore, mediocre scialpinista, pessimo fotografo. Iscritto al CAI Feltre dal 1988, ha percorso le Dolomiti in lungo e in largo, con qualche incursione nelle Alpi Occidentali e Centrali, compreso un paio di tracciati classici in Nepal. Vivo a Mel (BL).

3 commento/i dai lettori

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  1. paolo il29 gennaio 2014

    Bravo Mario

  2. Giulia Pauletti
    Giulia il24 luglio 2013

    Un racconto chiaro, diretto e divertente che implicitamente INTERROGA il lettore.
    Il lettore, appassionato di montagna o no, ha bisogno di essere interrogato per comprendere CHI fa CHE COSA – ad ognuno il suo posto nel mondo, o almeno, in montagna -.
    Riprendo il commento soprastante: “Mi piace, oh mi piace”!!!

  3. Ivana Bizzotto
    Ivana B. il19 luglio 2013

    Bravo Paolo! (sapessi come ti capisco…) e bravissimo chi ha scritto questo bel racconto che divertendo fa riflettere .
    Mi piace, oh se mi piace.

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