In vetta al Cevedale (3769  m)

In vetta al Cevedale (3769 m)

L’ascesa al Cevedale è l’occasione  per la classica uscita di scialpinismo di fine stagione da condividere con gli amici alpestri, al confine fra le provincie di Sondrio, Trento e Bolzano.

Ci sono esperienze che s’infiltrano nel tuo cuore e si prendono la libertà di albergarci a piacimento. Non puoi scacciarle, anche perché ammucchiate alle altre venute prima formano la tua persona. Creano quello che sei, dicono quello che vorresti essere, ti caricano di quella pace a cui attingi nei momenti del bisogno, cementano il vincolo che ti lega alla montagna.
Giornate trascorse tra i ghiacci eterni dell’alta quota, dove la luce del giorno riverbera all’infinito sul bianco della neve, nelle gole che scendono dalle cime, nell’azzurro del ghiaccio di vorticosi seracchi, nelle acque cristalline di un laghetto pensile.
Su tutto il triangolo scuro del Gran Zebrù, Konig Spitze, solcato da linee bianche dove alcuni s’avventurano. Presenza austera a capo della valle, te lo trovi davanti salendo verso il caldo rifugio, aprendo le imposte la mattina, nei discorsi del gestore, nei tuoi occhi che inciampano sempre nella sua mole mentre dirigi altrove con gli sci ai piedi, nei pensieri che t’accompagnano all’interno della tua camera mentre la notte e le fatiche del giorno ti guidano verso il sonno.
E non l’avevo mai visto, come del resto, non avevo mai conosciuto il Cevedale se non in fotografia. Montagne magnetiche.
Ore passate a fantasticare disegnando serpentine ideali lungo i pendii della cima mi hanno portato ad organizzare quest’uscita di fine stagione, la classica uscita di fine stagione che mi piace condividere con gli amici alpestri. Poi a fare la conta dei metri di dislivello percorsi in questi tre giorni pare strano pensare che siano pressoché gli stessi percorsi in tutta questa – bislacca – stagione invernale. Ma va bene così.

Valtellina vuol dire bresaole, Bormio vuol dire Ski trab

Delle ore di strada percorse per arrivare in Valtellina già pochi i ricordi: autostrada, il lago d’Iseo (molto bello), tonnellate di gallerie e di smog giallastro all’interno, un castello nano a Ponte di Legno che alcuni dicono essere di Bossi. Noi della Carnia ce l’abbiamo duro, per cui sbagliare strada e allungarla di oltre un’ora ci fa un baffo (passo Gavia chiuso – chiedere al manovale è meglio che al navigatore dello smartphone).
Aprica, cittadina in montagna fatta di bar, come Tolmezzo ma con il traguardo in legno del Giro d’Italia a metà del viale principale e le piste da sci che arrivano nei garage delle case.
Valtellina vuol dire bresaole, Bormio vuol dire Ski trab ma tanto allo spaccio non te li regalano, Santa Caterina Valfurva vuol dire paese chiuso in bassa stagione (ma alcuni nel furgone si ricordano solo dell’ultima galleria della Valtellina e poi niente più).
Ma a Santa Caterina Valfurva la strada s’impenna verso le alte quote e si fa stretta. Dopo il ritratto di Van Gogh con le sue pecore, il pilota sfrigola gomme a terra e rasenta il baratro, arriviamo al grosso parcheggio nella solitudine delle Alpi Lombarde.
Partiti dalla Carnia alle 7 – ci avviamo alle 16 del pomeriggio verso il rifugio Pizzini. Dovremmo esser su in 1.30 h, così dicono le guide. Arriverò per ultimo, causa quelle stupide montagne che mi si mettono sempre davanti, e di lato, e dietro e mi fermano perché vogliono a tutti i costi essere immortalate da uno scatto. Camminiamo circa mezz’ora, poi con le pelli e gli occhi risaliamo la larga valletta fino a quota 2706 metri dov’è edificato il rifugio che ci ospiterà per tre giorni.
E’ la pace della sera, fatta di nuvole dai contorni ben definiti, per metà rosolate dal sole d’occidente che tramonta e l’altra bianco latte. Come le uova al tegamino.

Birre, birre, birre, grappa alla ruta, birre e… birre

Che il rifugio non l’abbiano chiamato albergo è un mistero per Sherlok Holmes. C’è tutto: locale con aria calda per tenere al calduccio le chincaglierie degli sci alpinisti, camere rivestite in legno, sala conviviale con previsioni meteo, mensa con vista su Tresero e San Matteo, docce calde, saune… Birre, birre, birre, grappa alla ruta, birre e… birre. Manca solo la presenza femminile, con buona pace dell’amico meridionale (al secolo il Pelle) e di mia moglie.
La sera passa in tranquillità, come dev’essere quassù, con il cellulare spento e lasciato in qualche tasca dello zaino – tra discorsi di sciate – il trio Kammerlander, Diemberger e Mariacher con qualche anno in più e con molte bottiglie di vino nello stomaco, e la cortese litania del gestore che ci consiglia la sciata del Gran Zebrù per il giorno a venire.
Ma il giorno a venire è il venerdì destinato all’ascesa del Cevedale. Siam venuti qui per quello, almeno quello dev’essere salito. Sicché alle 7 c’ho gli sci agganciati ai piedi e sto salendo assieme agli altri, a mo’ di gregge ovino, i pendii che portano verso la teleferica del rifugio Casati. Il piano previsto è di guadagnar quota sfruttando il percorso estivo e poi seguitare sui pendii sommitali dirigendo verso la cima prescelta.

Sul baratro del crepaccio mi fermo in bilico, quasi calamitato
La crepaccia terminale

La crepaccia terminale

La neve è dura, la traccia ghiacciata, mi vedo costretto a montare i rampant per uscire sulla ventosa dorsale dove il rifugio giace silenzioso. In giro poche anime, alcune s’evidenziano in lontananza sul plateau che sale da Solda. Perdiamo pezzi di compagnia, c’è chi oggi già raggiunge un proprio traguardo personale qua a 3270 metri, tra cannoni e vento teso.
Si continua in cinque, chiudo le fila dal basso del mio scarso allenamento stagionale – per fortuna ho chi mi aspetta. Non voglio forzare l’andatura, a queste quote e con la preparazione fisica di un bradipo starei poco a bruciare le energie che conservo gelosamente per la discesa, perché quella mi sta particolarmente a cuore. I pendii tuttavia aiutano chi ha il fiato corto, le pendenze non sono mai alte e la sommità del Cevedale va raggiunta pazientando, metro dopo metro, fino alla base del tratto più ripido, dove la crepaccia terminale ti aspetta.
Le scuole di pensiero sono differenti, alcuni mettono subito i ramponi ai piedi e gli sci sullo zaino e proseguono verso la cima. Io mi sento sicuro con i rampant e proseguo con gli sci in questo tratto obbligato, in mezza costa verso il ponte di neve, l’unico, che collega il pendio inferiore a quello della cima.
Sul baratro del crepaccio mi fermo in bilico, quasi calamitato dalle forze brute della natura che albergano nel fondo del Cevedale. Mi desto e proseguo, anche perché il vento è salito d’intensità e l’effetto del wind chill si sta facendo sentire sul naso; che pare staccarsi.
Continuo su tratti decisamente ghiacciati, su verso il deposito sci poco prima della tanto agognata croce di vetta. Ramponi ai piedi, una picca infissa nella neve tiene fermi i materiali alla base e parto emozionato per l’ultimo tratto, il più aereo.
Sono momenti suggestivi, gli altri mi precedono su, ma me li godo tutti questi attimi, passo dopo passo. Oramai più nulla attorno, solo cielo e nuvole e ali nere che volteggiano attorno.
Sono in cima al Cevedale, al cospetto della croce che riporta la quota di 3769 metri. La gioia, quella vera costa poco, tre ore di fatica.
Ora viene il bello.

Discesa perfetta incorniciata dai colossi di ghiaccio

Io e Max scendiamo con gli sci dal deposito di cresta, alcuni non si fidano. Io mi dico “se sono scesi quelli prima perché non dovrei farcela anche io?” E infatti la ripida parte iniziale è si ghiacciata ma permette una sciata senza troppi patemi d’animo. Sul ponte di neve attivo la modalità “km lanciato”, sai mai che ceda, e raggiungo gli altri che mi precedono sul pianoro immediatamente sotto.
Lasciamo il percorso di salita deviando ad ovest verso la valletta glaciale che scende dal Cevedale e dalla sella del Pasquale. Discesa perfetta incorniciata dai colossi di ghiaccio che nella loro posizione pendula giocano con la gravità una partita già persa.
Guardinghi a non andar troppo vicino a buchi sospetti, la sciata prende le vie della neve primaverile più giù, dove la quota cala. Curve in conduzione, gran divertimento, goduria!
E siamo al rifugio. Sono le 12.30. A guardarla da qui la parte alta fa impressione, ad esserci sopra pochi minuti fa procura già nostalgia.
Pranzo a base di pizzoccheri in una teglia bollente e sfrigolante di burro, non il massimo pensando poi di ripartire nel pomeriggio per sfruttare questa splendida giornata di sole.

Destinazione Roccione dello Zebrù

Alle 15 ci avviamo e il gruppo subito si sgrana in base a quanto appena mangiato e, per me, poco digerito. Chiuderò il gruppo e mentre gli altri più su prenderanno la via del Colle delle Pale Rosse, io mi accontenterò, si fa per dire, di destinarmi al Roccione dello Zebrù, sperone dalla scura prua di roccia nato in mezzo a due splendide vallette glaciali, proprio sotto al Gran Zebrù che è sempre lì che ci guarda.
Sarà una delle salite più faticose della mia esistenza! Il sole accecante, i pizzoccheri nello stomaco che tifano per il rientro a valle. Ma ponendomi degli obbiettivi, con sfiatate simili ad un mantice da fucina, raggiungo finalmente le vecchie costruzioni militari di quota 3248 metri, punto panoramico d’eccezione su quanto mi sta attorno. Nella pausa ho tempo di interloquire con Lui, quello grande lì davanti. Faccio mia la canzone dei Ricchi e poveri e “gli do l’appuntamento (dove) e quando io non so, ma so soltanto che ritornerò”, per cui Zebrù avvisato. Il pendii d’accesso alla parte superiore poi non presentano problemi, quando le gambe saranno più allenate tenterò la salita, ora sarebbe un suicidio.
Bevo dal termos seduto sul vomero di un obice del ’15, qua ce n’è un po’ ovunque, resti di tragici eventi, di tormenti umani per noi inconcepibili.
Scenderò nell’altra valle, non quella di salita dove i miei amici stanno urlando per la bella sciata, quella più solitaria e schiva, quella che mi rassomiglia insomma. Altra discesa con la D, una giornata da incorniciare!

Arrivederci Gran Zebrù
A tu per tu con il Gran Zebrù

A tu per tu con il Gran Zebrù

Il sabato il meteo è ballerino, dovrebbe tenere la mattina o forse no.
Nel dubbio ci prefiggiamo un itinerario breve, qualcosa che dal rifugio sembra a portata di mano. I bianchi pendii livellati verso ovest e la cima Zebrù fanno al caso nostro. Nuvole strane si sono attaccate alle cime ma l’azzurro s’intravede più su. Il sole del Cevedale ci raggiunge sulla dorsale di cresta, dove gli occhi valicano verso il gruppo dell’Ortles la successione di cime che chiudono ad Ovest l’orizzonte del rifugio Pizzini. Siamo sull’ultima cima, quella che chiude questa avventura, di nuovo oltre i 3000 metri.
Un’altra splendida sciata ci accompagna, mentre rientriamo al rifugio per rimettere negli zaini tutti gli armamentari che ci sono serviti in questi splendidi tre giorni.
Sciamo fino a quota 2300 metri, poi i primi caldi della stagione si stanno mangiando la neve dei pendii, le marmotte han voglia di sole, le lingue bianche ormai sono un ricordo e si rivedranno solo il prossimo anno.
Arrivederci Gran Zebrù.

Info utili: Tutte le gite realizzabili in zona sono ben descritte sul sito dell’ottimo rifugio Pizzini www.rifugiopizzini.it a cui rimando e ne segnalo la gentilezza del personale e l’ottima struttura.
La sciata del Cevedale dal Pizzini comporta un’ascesa di 3-4 ore, difficoltà BS, portare materiale da ghiacciaio per l’attraversamento del ghiacciaio (da usare poi o meno in base alle condizioni); il Colle delle Pale Rosse: 2 h, difficoltà MS; il Roccione dello Zebrù: 1.30 h, difficoltà MS; la Cima Zebrù e pendii prospicienti: 1.30 h, difficoltà BS.

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Omar Gubeila autore del post

Omar Gubeila | Frequentatore alpestre da più di 15 anni, amo la montagna in tutti i suoi aspetti. Arrampico su roccia e ghiaccio, pratico lo sci alpinismo, l’alpinismo classico, la MTB, sono tecnico di soccorso alpino nella stazione di Forni Avoltri.

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