Una bella immagine del Kanchenzonga da sud-est. Sperone Sud al Zemu Peak e Colle zemu con la Zemu Ridge

Una bella immagine del Kanchenzonga da sud-est. Sperone Sud al Zemu Peak e Colle zemu con la Zemu Ridge

capitolo . 9

Ettore era un uomo sveglio, non meno d’una qualunque mezza dozzina di giovani alpinisti professionisti con cui si era legato tra i monti; e per quanto fosse stato colto di sorpresa dall’impressionante violenza della prima raffica distruttiva, s’era ripreso subito, aveva chiamato i compagni e li aveva mandati in fretta e furia a rafforzare le attrezzature primarie e tutto ciò che non avessero legato in precedenza nella serata. Gridando con la sua voce fresca e stentorea – Forza, ragazzi, muovetevi! – dirigeva il lavoro mentre tra sé diceva che «se l’aspettava».

Ma allo stesso tempo s’andava convincendo che la cosa era più grave di quanto se l’aspettasse. Dal momento in cui il primo schiaffo di neve gelida gli aveva sferzato la faccia, la tempesta aveva assunto l’impeto crescente di una valanga. Dal Campo Base all’ultimo campo a 7240 metri la spedizione Thanglha fu avvolta da violente precipitazioni, e in un istante mentre tutti sembravano dormire cominciò un inferno bianco che avvolse l’intera montagna di freddo a paura.

Ettore pensò «Questo non è uno scherzo». D’improvviso, mentre urlava con il capospedizione, suo padre, le tenebre più fitte invasero la notte, calando davanti a loro, come qualcosa di palpabile. Pareva si fossero spente tutte le luci del mondo. Ettore incoscientemente fu lieto di avere vicino il capospedizione. Ne era sollevato come se quell’uomo, colla sua sola comparsa sulla tenda mensa, si fosse preso sulle spalle il peso maggiore della tempesta. Tale è il prestigio, il privilegio e il peso del comando.

Da nessuno al mondo il capospedizione Bruno Brunelt poteva attendere un simile sollievo. Tale è la solitudine del comando. Con la vigile attenzione di una guida che coglie la direzione del vento come negli occhi di un avversario, cercava di capire, di scrutare le intenzioni recondite e d’indovinare la direzione e la forza del turbine. La neve forte gli balzava addosso da un’immensa oscurità; egli sentiva nel trambusto delle operazioni l’inquietudine degli alpinisti al Campo Base, e non poteva nemmeno distinguerne le ombre dalle sagome. Avrebbe voluto che non fosse così; e aspettò immobile, sentendosi prendere dalla disperazione d’un cieco.

Facesse chiaro o scuro, il silenzio era nella sua natura. Ettore, al suo fianco, riuscì a farsi sentire, gridando con tutta la forza tra le raffiche: – Il peggio è arrivato di colpo, padre –. Il tenue sprazzo di lampo tremolò tutt’intorno, come balenasse in una caverna – in una nera e remota camera della montagna, con un affresco di turbolenze accecanti.

Per un attimo sinistro e sconcertante esso rivelò il banco delle nuvole a brandelli che gravavano basse, il violento sbandare della lunga teoria di tende, le nere figure degli uomini sorpresi sull’accampamento, rivolti sulle tende, come mummificati nel tentativo di trattenere le cose. Le tenebre ridiscesero palpitanti su tutto ciò, e quindi giunse il vero finimondo.

Fu qualcosa di formidabile e istantaneo, come l’improvviso scoppio di uno sfrenato sfogo d’ira. Sembrò implodere tutto dentro al Campo Base con un tuono tremendo e un irrompere immane di neve e ghiaccio, come se all’orizzonte si fosse aperto un portale enorme. In un istante gli uomini perdettero ogni contatto fra di loro. Questo è il potere di disgregazione di un uragano di neve: isola l’individuo dai suoi simili. Il terremoto, la frana, la valanga colpiscono l’uomo a caso, per così dire – senza passione. La furia della tempesta invece lo assale come un nemico personale, cerca di attanagliare le sue membra, di abbarbicarglisi nella mente, tenta di mettere allo sbaraglio persino il suo animo.

Ettore fu strappato lontano da suo padre. Gli sembrò d’essere sollevato in un turbine a grande distanza. Ogni cosa si dissolse – per un istante anche la facoltà di pensare; ma la sua mano aveva trovato un appiglio tra le rocce. Era portato a credere d’essere fuori dalla realtà, ma non per questo la sua angoscia trovava alcun sollievo. Per quanto giovane, aveva visto parecchio maltempo, e non aveva mai dubitato di poterne immaginare di peggiore, ma quello superava talmente ogni facoltà d’immaginazione che sembrava non potesse lasciar scampo a spedizione alcuna. Uguale incredulità avrebbe forse provato per la sua esistenza, se non fosse stato tormentato dalla necessità di compiere una lotta disperata con una forza che cercava di strapparlo dalla sua presa. E più ancora la convinzione di non essere completamente finito gli veniva dal quel sentirsi mezzo assiderato, sbattuto violentemente, e quasi soffocato.

Gli parve di restare in quella posizione precaria, aggrappato alla roccia, per un tempo lungo, lunghissimo. La neve gli cadeva addosso a rovesci, pesante, lo avvolgeva completamente. Respirava a stento, spesso ingoiando neve ora polvere ora ghiaccio. Per lo più teneva gli occhi ben stretti, come temendo che la furia immane degli elementi volesse rubargli la vista. Quando arrischiò un’occhiata di sfuggita, ritrasse un po’ di conforto dal giallo bagliore di una lampada frontale che brillava fioco tra le raffiche di neve e le slavine residue di ghiaccio. Stava ancora guardando quando il raggio di luce si spense travolto da una valanga improvvisa. Vide rotolare l’alpinista, con uno schianto impercettibile nel tremendo frastuono che infuriava intorno a lui, e quasi nello stesso istante fu strappato alla roccia che teneva con le dita serrate. Dopo un colpo violento alla schiena si trovò a galleggiare trascinato verso l’alto. Il primo irresistibile pensiero fu che l’intera catena dell’Himalaya s’era precipitata sul Campo Base. Poi, più ragionevolmente, ritenne d’esser stato coinvolto in un’eccezionale valanga. E mentre era sollevato, sbattuto, e rotolato per ogni verso fra grandi masse di neve, andavo ripetendo fra sé, con estrema precipitazione: «Dio mio! Dio mio! Dio mio!»

D’improvviso, in una rivolta di sofferenza e di disperazione, prese la folle decisione di tirarsi fuori da quella situazione. E cominciò a dimenare con furia le braccia e le gambe. Ma fin dai primi miseri sforzi s’accorse d’essere come aggrovigliato a qualcosa che pareva la faccia, il piumino inzuppato, gli scarponi di qualcuno. S’aggrappò ferocemente ora all’una ora all’altra di quelle cose, le perdette, le ritrovò, le perdette ancora, e finalmente egli stesso fu afferrato nella morsa salda di due braccia robuste. A sua volta abbracciò un solido corpo grosso. Aveva ritrovato il padre – il capospedizione Bruno Brunelt.

Rotolorano ancora per qualche metro, tenendosi ben stretto nell’abbraccio. D’un tratto la neve li lasciò ricadere con tonfo pesante; ed essi, sbattuti a terra sul margine della valanga, affannati e pesti, rimasero a brancolare nel turbinio di neve sostenendosi un l’altro.

Ettore ne uscì piuttosto sconvolto, come fosse scampato a un’offesa inaudita diretta contro il suo amor proprio. La fiducia in se stesso ne era scossa. Si diede a gridare senza scopo verso l’uomo che sentiva vicino in quelle tenebre ostili, – Sei tu, padre? Sei tu, padre? – fin che le tempie parvero scoppiargli. Come un urlo lontano, come un grido stizzoso lanciato da grande distanza, udì una voce rispondergli, l’unica parola – Sì! – Altre slavine spazzarono di nuovo il campo base. Le ricevette sul dorso senza difendersene, perché con le mani badava a tenersi aggrappato.

I movimenti al Campo Base erano scomposti. L’imprevista paurosa consapevolezza di essere esposti a valanghe denotava una terribile impotenza: dagli apparenti sicuri versanti morenici scendevano, come a prender lo slancio per un tuffo nel vuoto, pesanti slavine. Quando prendevano forza grandi blocchi di ghiaccio si abbattevano sui fianchi, poi lo spostamento d’aria investiva il campo con nubi così rovinose che Ettore vedeva le tende barcollare come barcolla una vela che sta per cadere per una mazzata violenta di vento. Intorno, la tempesta ululava e tumultuava titanica nelle tenebre, quasi il mondo intero fosse una sola nera montagna infernale. In certi momenti l’aria, come aspirata attraverso un imbuto, investiva il Campo Base con una forza d’urto solida e concentrata che pareva capace di radere al suolo tutte le tende in un attimo mentre una sola vibrazione la percorreva da un capo all’altro. Poi le tende ricominciavano a ricomporsi quasi fossero ospitate in una galleria del vento a corrente alternata. Ettore fece uno sforzo per coordinare le idee e giudicare freddamente la situazione.

La montagna, per un momento visibile, sferzata dalle raffiche più violente, proiettava la sua presenza sulla spedizione Thanglha, con argentei vortici di neve, che si spandevano oltre i confini del Campo Base, lontano nella notte. E su questa piramide inquietante, dal riverbero ombroso, steso sotto l’oscurità delle nuvole, il capospedizione Bruno Brunelt poteva cogliere in uno sguardo desolato alcune piccole macchie gialle come lucciole, le sagome delle tende, gli absidi chiusi, i tiranti allentati, i bidoni sparsi. Era tutto quanto riusciva a vedere del suo Campo Base. La tenda mensa, centro di tutte le operazioni e di ogni riunione, ove, oltre a lui e al figlio, si trovava sempre un uomo che teneva costantemente i contatti con i campi alti, con la paura d’esser spazzato via da una valanga insieme a tutto il resto in un solo immane schianto – la tenda mensa era come un piccolo promontorio sulla mezzavia di un piccolo altipiano. Era come un promontorio sporgente, con la neve vorticosa sopra, che lo circonda, scorre via, lo assale tutt’intorno – come una vetta emersa dalle nebbie a cui tutti mirano prima d’abbandonarsi allo smarrimento – solo che essa sbatacchiava, prendeva vento, si piegava continuamente, senza un minuto di tregua, senza una pausa, come una cima per un prodigio staccata dalla terra e sospesa a veleggiare alla deriva sulle nebbie.

La spedizione Thanglha veniva smantellata dalla tempesta con una furia cieca, vandalica: teli di fortuna strappati dai picchetti di rinforzo, tende con doppie protezioni involate, la tenda mensa spazzata, tesa, absidi squarciati, paletti contorti, lampade a gas frantumate – e due tende vuote partite. Partite senza che nessuno avesse udito o visto, quasi svanite nella furia violento dell’uragano. Solo più tardi, al fioco chiarore di un’altra, enorme slavina che precipitava al centro del Campo Base, Ettore vide emergere dalla fitta oscurità i resti delle due piazzole vuote, nere, con un tirante tranciato e un picchetto con un residuo di corda dondolante al vento; solo allora s’accorse di ciò che era accaduto a meno di tre metri dietro le sue spalle.

Piegò la testa in avanti, cercando a tentoni l’orecchio del padre. Le sue labbra l’incontrarono, grosso, carnoso, tutto gelato. Vi gridò dentro con tono agitato: – Le tende se ne vanno, padre. (continua…)

INDEX CAPITOLI
1 cap | 2 cap | 3 cap | 4 cap | 5 cap | 6 cap | 7 cap | 8 cap | 9 cap | 10 cap | 11 cap | 12 cap | 13 cap | 14 cap | 15 cap | 16 cap | 17 cap | 18 cap

SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

alberto_peruffo_01

Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

logo_montura_01     logo_alpstation_01
logo_xacus_01     logo_rifugio campogrosso_01     logo_sabina universitas_01     logo_alcione_01     logo_colli vicentini_01     logo_rifugio roma_01     logo_solsonica_01     logo_fiamm_01     logo_carbo_01     logo_serenissima_01   logo_kastelaar_01

Il post non ha ancora nessun commento. Scrivi tu per primo.

Lascia un commento