Reportage

#80 DI QUELL’ULTIMA VOLTA CHE ANDAMMO A VEDERE IL PLENILUNIO

testo e foto di Emilio Eugenio Botto  / Forno Canavese (TO)

01/01/2021
6 min
Il Bando del BC20

Di quell’ultima volta che andammo a vedere il plenilunio

di Emilio Eugenio Botto

Prologo
Il rifugio Arp d’estate è il punto di partenza per le escursioni verso le punte e gli innumerevoli laghi circostanti.  In inverno meta di sciatori e ciaspolatori ripaga la fatica della salita con la vista dall’alto, nel vallone di Palasinaz, su tutte le montagne della alta val d’Ayas. Il plenilunio del fine settimana di febbraio, ci aiuterà a camminare nella vastità della notte illuminando i passi sulla neve. I laghi innevati di Valfredda e il lago della Battaglia saranno la meta della mattina successiva.

Questa la descrizione sulla locandina che avevo preparato per promuovere la ciaspolata di febbraio ad inizio di questo anno 2020.
Si iscrissero in trenta.

L’escursione
Il rifugio Guido Rey in alta valle di Susa al cospetto della Grand’Hoche era la meta inoltre  avremmo dovuto dormire in tenda nella notte del plenilunio di febbraio.  Così avevamo pianificato quando stendemmo il programma delle escursioni invernali nell’autunno dell’anno precedente. Che questo anno 2020 non fosse dei migliori lo dovevamo capire quando ci giunse la notizia che il Rey era chiuso e della notte in tenda non se ne parlò proprio più durante le settimane dei fervidi preparativi della escursione. Forse si poteva rinunciare alla notte in tenda. Tutto sommato la tenda non era un elemento fondamentale per la escursione seppur avrebbe aggiunto un po’ di brivido alla notte. Il rifugio alternativo lo avremmo certamente trovato. Le nostre alpi occidentali ne sono pieni. Dovevamo trovarlo poiché il plenilunio sarebbe giunto ugualmente indipendentemente dalle nostre difficoltà logistiche ed il fascino di una camminata notturna al chiaro di Luna non potevamo proprio mancarlo. Condizioni meteo permettendo.

Il meteo fu clemente e la escursione notturna si fece.

Lasciammo le macchine parcheggiate nella piazzetta adiacente la chiesa di San Grato (1713 d.c.) in località Croix sopra l’abitato di Brusson. Poche case, un albergo ristorante che in tanti anni di frequentazione invernale della zona non ho mai visto aperto ed una fontana. La fontana a dir la verità è l’angolo più frequentato. Molti terminata la giornata riempiono il riempibile, borracce, thermos, bottiglie e si portano a casa per la settimana un “pezzo” di montagna. Avremmo potuto parcheggiare qualche tornante più in alto. Sarebbe stato più comodo scendere dalla autovettura ed indossate le ciaspole partire. La località poco oltre è una nota stazione sciistica della zona.  Meta turistica conosciuta e frequentata dagli amanti dello sci da impianto di risalita.

Non è per evitare l’affollamento e nemmeno per evitare gli impianti che parcheggiamo un po’ distante, ma per frequentare la montagna in modo di diverso. Per dirla con altre parole per non arrivare fin dentro il rifugio con la macchina.  Da anni da queste parti, in valle d’Ayas, il CAI al fianco di altre associazioni è impegnato ad evitare che il vallone delle Cime Bianche diventi l’ennesima zona ad alto sfruttamento turistico. Un piccolo gesto il nostro ma serve sempre a ricordarci che la meta della escursione non è la vetta ma il cammino che facciamo per arrivarci.

Qualcuno brontolò. Era inevitabile. Ma sei sicuro ci sia la neve? Saliremo mica con le ciaspole nello zaino? La neve la trovammo ed anche tanta. Potemmo soddisfare la voglia di affondare nella neve fino alle ginocchia scendendo qualche ripido pendio sotto la Punta Palasina. Camminammo nella neve così tanto che qualcuno tornò stremato di fatica alla macchina. Tutto questo però il giorno dopo. 

Ora mentre il giorno stava per volgere al termine nessuno poteva ancora saperlo. Il nostro appuntamento per la serata era con altro. Un appuntamento che sarebbe potuto anche saltare. A volte basta pochissimo perché un appuntamento tanto atteso sfumi nel nulla.  Sarebbe bastata una nuvola. Una effimera nuvola. Lessi l’ora sull’orologio, feci qualche rapido calcolo, mi guardai attorno e ne dedussi che dovevamo affrettare un po’ il passo. Alle cinque del pomeriggio c’è ancora luce nel mese di febbraio ma siamo sempre in inverno e noi saremmo dovuti arrivare puntuali all’appuntamento nei pressi del borgo di Chavanne, qualche centinaio di metri più in alto, prima di incamminarci sotto i pericolosi pendii valanghivi del mont Bieteron.

Risalimmo i declivi di neve fradicia che lambivano i bordi estremi del “bois de Carlo” il quale insieme al “bois de la Manda”, seppur meno noti del “bois de Estoul”, lo superano in estensione.  Da una settimana le elevate temperature avevano fatto arretrare le linee immaginarie che segnano il confine tra il mondo della neve ed i prati gialli di primavera. Ci avventurammo tra gli alberi zigzagando qua e là per non impantanare le lame delle ciaspole nel terreno molliccio e fangoso. Fu in quel mentre, che lasciando alle spalle gli impianti di risalita e con loro gli enormi gatti delle nevi che spianavano le piste per i gitanti del giorno successivo, entrammo finalmente nel mondo incantato della montagna. 

Gli alberi ancora nascondevano le cime innevate che ci attendevano e lo sguardo non poteva infrangersi contro le murate pareti di roccia e ghiaccio. Il gruppo si allungò.  Non c’era alcun pericolo. Continuammo così lasciando che ognuno proseguisse il cammino con l’andatura dei propri passi.  Dopo un po’ incrociammo la prima casa. L’ultima se la si osserva dalla parte opposta della borgata. Un pino solitario sul pianoro usciti dal bosco. Tutto intorno l’oscurità della sera che avanzava quando finalmente lontano il rifugio si presentò appena appena percettibile alla nostra vista.  Era solamente una minuscola macchia grigia sopra uno sperone di roccia dello stesso colore. Il tempo di attendere l’arrivo di tutto il gruppo e l’oscurità la inghiottì. Fu buio. L’unico attimo buio della sera. Accendemmo le pile frontali.

Ora la neve non mancava sotto i nostri piedi. Nella oscurità trovare la traccia per la salita non fu facile. Si accesero le prime frontali. Chi di noi ne era munito accese anche un led rosso. Chi sullo zaino, chi al posto della luce frontale. Lo ammetto questi led in passato non si usavano sono una derivazione dal mondo della bicicletta. Tuttavia, servono ad indicare un punto certo a chi sta un po’ indietro o forse chissà sono solamente un vezzo di colore nel buio. Non so quanti lo notarono ma lontano il rifugista accertata la nostra presenza nella valle lampeggiò a sua volta per indicarci che ci stava attendendo. Lampeggiò un po’ e poi si spense. Tacque. Nel mentre si era fatta l’ora dell’appuntamento e puntuale la Luna comparve ai nostri occhi.  Era riluttante a mostrarsi. Scomparve pressoché subito. Non era pronta. Forse non eravamo pronti noi. Si nascose e noi non ci sottraemmo al suo gioco. 

Il sentiero ora scendeva leggermente per poi spianare passando sotto il lago Literan. Una serie di frane nevose erano su quella che in altra stagione sarebbe stato il sentiero. Ora innevato era una unica piana con l’ambiente circostante. Su una frana passammo sopra e sull’altra ci girammo intorno. Passammo veloci, per quanto fosse possibile, quel tratto fino a giungere al “grand torrent” completamente sommerso dalla neve. Era il punto sicuro dal quale dipartono i sentieri che salgono al rifugio Arp. Ci ricompattammo nuovamente. Faceva freddo. Indossammo il guscio.  In silenzio passo dopo passo nella neve ghiacciata incominciammo a salire.

Penso che fu allora, ma non ricordo esattamente, che tutti o quasi tutti spegnemmo la luce della pila frontale. Non era più necessaria. La Luna nella sua bellezza si mostrò e noi con lei al chiaro della sua luce salimmo la Montagna. Alcuni tentarono una fotografia. Altri si accontentarono di serbarne il ricordo. La sua luce illuminava la neve e la traccia che fino a poco prima era una vaga increspatura del bianco ora pareva una strada chiara dinnanzi a noi. Impossibile perdersi. 

Si sale, poi il sentiero ripiega verso valle, risale lasciando un avvallamento alla nostra sinistra, ripiega sulla parte opposta, sale e dall’alto si intravede nella oscurità in lontananza un alpeggio. Passammo oltre e superammo un avvallamento. L’incanto fu totale. La fatica, la neve, il buio e la Luna. I pensieri. Un ultimo sforzo e saremmo arrivati. Rimaneva da superare un ultimo tratto ghiacciato. Forse un po’ ripido per percorrerlo di notte. Ma…

Fu allora che Claude Debussy si sedette. Si guardo attorno. Ci vide silenti ed impauriti ed iniziò a sfiorare i tasti del pianoforte.  Dapprima una nota, due, un suono, una melodia: “serenade clair de lune”.  La Luna si mostrò in tutta la sua bellezza contenta di noi. Ci illuminò. Ci salutò sorridente.
Giungemmo infine.

Poi venne la cena, l’allegria, il riposo ed il magnifico spettacolo del vallone di Palasinaz innevato la mattina successiva. Il mondo sotto di noi nel frattempo stava cambiando a nostra insaputa. Lo scoprimmo pochi giorni dopo il rientro.
Il plenilunio di febbraio del 2020 non lo scorderò più.

Epilogo
Nei giorni successivi la escursione lasciai ancora aperta per alcuni giorni la chat che avevo usato per le comunicazioni di servizio affinché in molti si potessero scambiare le impressioni sulle due giornate trascorse sulla neve. Complimenti, attestati di soddisfazione per i luoghi frequentati, per la montagna e l’incanto della Luna.  Qualcuno scrisse anche di aver sentito la mattina svegliandosi le note di una melodia. Lasciai scrivere, salutai tutti ad uno ad uno e sorridendo contento prima che la Luna ritornasse a noi invisibile chiusi la chat e con lei me ne andai.

8-9 febbraio 2020

_____
foto:
1. Rifugio Arp.
2. Tracce sulla neve (il ritorno).
3. Il vallone Palasinaz.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Emilio Eugenio Botto

Emilio Eugenio Botto

Frequento la montagna fin da quando ero bambino. Da qualche anno accompagno chi è desideroso di conoscerla affinché possano amarla come ho fatto io.


Il mio blog | Altitudini.it è mia rivista digitale. Non possiedo alcun blog e sono ben contento di poter pubblicare su altitudini. Non ho mai scritto alcunché se non in occasione del lockdown ove per la sezione CAI che frequento ho narrato questa escursione.
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