Sullo sfondo il Kanchenzonga e la Zemu Ridge con lo Sperone Sud che si innesta in prossimità dello Zemu Peak

Sullo sfondo il Kanchenzonga e la Zemu Ridge con lo Sperone Sud che si innesta in prossimità dello Zemu Peak

capitolo . 6

Il sole al tramonto aveva un diametro più piccolo e un morente splendore fosco e senza raggi, come se dal mattino fossero trascorsi milioni di secoli che avessero avvicinato l’astro alla sua fine. Verso nord divenne incombente un denso banco di nuvole; aveva un minaccioso colore metallico e, appoggiato sul fianco della montagna, pareva un ostacolo inaspettato sul procedere della spedizione. Gli uomini impegnati sul Thanglha si muovevano come animali sfiniti che vengono condotti agli alti pascoli. Il crepuscolo di argento si ritirava lentamente, e le tenebre portarono allo zenit uno sciame di volubili, grandi stelle, che, come soffiate in alto, tremolavano instancabilmente, sospese proprio vicino alla terra. Alle otto Ettore entrò nella sala mensa per le annotazioni sul diario della spedizione.

Copiò accuratamente nella cartella appunti del computer le operazioni della giornata, la situazione dei campi avanzati e nella colonna «vento» incollò a tutto campo la parola «insopportabile» dall’alto in basso per le otto ore del pomeriggio. Era esasperato dal continuo, monotono sbatacchiare delle tende. La tastiera del computer tremava continuamente, quasi una perversa intelligenza la muovesse a eludere il battito delle dita. Dopo aver scritto «freddo devastante» nel largo spazio delle «Osservazioni» si mise i guanti alle mani, a mo’ di preghiera, e si sfregò accuratamente le gambe.

«Violente raffiche per forte vento in direzione contraria alla progressione dei campi» ricominciò, e commentava tra sé: «Violento non è la parola adatta». Quindi scrisse: «Tramonto minaccioso, con un banco di nuvole basse a N. ed E. Cielo scoperto allo zenit».

Appoggiandosi sulla tavola con le mani sulla tastiera, lanciò un’occhiata nei pressi dell’uscita, e nel riquadro cerato trasparente dell’abside vide le stelle fuggire in alto su di un cielo nero. L’intero sciame volò tutt’insieme e sparì, lasciando solo un’oscurità screziata di bianchi bagliori, perché la montagna era nera come il cielo e solo in lontananza chiazzata di ghiaccio. Le stelle fuggite in alto alla raffica di vento sul telo della tenda ricomparvero alla nuova momentanea calma, incollandosi arcuate in scintillante moltitudine, ma ingrandite in dischi sottili che brillavano con uno splendore chiaro e come velato di neve.

Ettore osservò per un momento le grandi stelle fuggire, quindi scrisse «8 pom. Il vento forte aumenta. Gli alpinisti faticano e la neve entra nelle tende. I portatori chiusi nei loro sacchi per la notte. Il barometro scende ancora». Si fermò, e penso fra sé: «Forse non ne verrà fuori nulla». E poi concluse risolutamente le sue registrazioni: «Tutti i segni di una bufera che si avvicina».

Uscendo dovette tirarsi da un lato, e il capospedizione Bruno Brunelt varcò la soglia senza una parola o un gesto.

– Per piacere, chiudi la tenda, Ettore, – gridò da dentro.

Ettore, voltandosi per eseguire l’ordine, mormorò ironicamente: – Paura di lasciare scappar fuori l’ossigeno, immagino –. Era il momento di andare a riposare, ma sentiva la necessità di comunicare con i suoi simili; si rivolse perciò in tono gaio al vecchio medico americano che aveva il compito di fare da collegamento con gli alpinisti impegnati ai campi alti: – Dopo tutto non pare così brutto, no?

Il medico americano andava avanti e indietro fuori dalla tenda mensa, ora facendo due passi fuori dal grande abside di protezione, e subito dopo rientrando a fatica per l’instabile posizione del telo. Al suono della voce di Ettore si fermò, volto verso la montagna, ma non rispose.

–Ehilà! Eccone una grossa, – disse Ettore, chinandosi per contrapporsi alla violenta raffica fino a toccare il terreno con la mano abbassata. Stavolta il medico emise dalla gola un suono di natura poco amichevole.

Era un tipetto piuttosto vecchio e male in arnese, con i denti guasti e una peluria fitta sul viso. Avevano dovuto ingaggiarlo in fretta e furia a Kathmandu, durante il viaggio, perché il medico portato dalla madre patria aveva causato un ritardo di tre giorni all’aeroporto, avendo trovato il modo (e il capospedizione Bruno Brunelt non riuscì mai a capire come avesse fatto) d’andare a mettere il naso dentro a una bettola che era a pochi passi dall’ambasciata, e qui aveva dovuto essere mandato all’ospedale con commozione cerebrale e qualche frattura agli arti dopo una paurosa rissa con un paio di avventori britannici.

Ettore non si scoraggiò per quel verso poco simpatico. – I portatori hanno poco da stare allegri, là dentro. – Fortuna per loro che questa spedizione ha i materiali antivento più evoluti di qualsiasi altra  spedizione a cui abbia partecipato. Attenzione! Questa non era tanto malvagia!

– Aspettate e vedrete, – ringhiò il vecchio medico.

Col suo naso affilato e bianco in punta, le labbra strette e sottili, aveva sempre l’aria che dentro lo rodesse la paura, ed era sempre così laconico da rasentare l’ineducazione. Quand’era libero dal servizio si rinchiudeva nella sua tenda, e se ne stava così silenzioso che gli altri credevano s’addormentasse di colpo non appena dentro; ma chi andava a svegliarlo perché c’era da fare lo trovava invariabilmente ad occhi aperti, sdraiato sul sacco a pelo aperto, con la testa a perpendicolo e lo sguardo vitreo. Non scriveva mai lettere, né pareva aspettar messaggi da alcuno; una volta lo si sentì accennare a Yosemite, ma con grande amarezza, e soprattutto ai prezzi proibitivi d’una pensione. Era uno di quegli uomini come si trovano all’occorrenza nei rifugi alpini di tutto il mondo. Competenti quel tanto che basta, disperatamente in bolletta, senza alcun vizio apparente, e con i chiari segni d’una vita totalmente fallita. Medico di spedizione in caso di chiamata, non si affezionano ad alcun gruppo, vivono a sé, nella loro atmosfera di occasionale rapporto coi compagni di spedizione che niente sanno di loro, e al momento meno opportuno decidono di ritirarsi. Si mettono da parte senza una parola di giustificazione, chiusi nelle tende come larve dimenticate da Dio che solo a pensarci fa montare l’angoscia, e si portano seco uno zaino malconcio, accuratamente legato come uno scrigno, e con l’aria di scuotersi dai piedi la polvere della montagna.

– Aspettate e vedrete, – ripeté, tenendosi in equilibrio aggrappandosi con forza ai tiranti, fermo, implacabile, e con le spalle rivolte verso Ettore.

– Vuole dire che ci troveremo nei guai? – chiese Ettore con interesse infantile.

– Dico?… Non dico niente. Non crediate che io abbocchi, – saltò su il medico, con un misto di sprezzo e di furberia insolente, quasi le domande di Ettore celassero un tranello abilmente evitato. «Oh, no! Nessuno di voi si può far beffe di me sin che ho gli occhi per vedere», borbottò fra sé.

Ettore rifletté rapidamente che quel medico di secondo richiamo era un animale villano, e in cuor suo rimpianse che il povero Andrew fosse andato a cercare rogne dentro quella bettola. L’oscurità lontana fuori dal Campo Base era come un’altra notte vista attraverso la notte stellata della terra – come la notte senza stelle delle immensità di là dal creato, intravista nella sua spaventosa quiete attraverso una fessura aperta in basso nella sfera scintillante al cui centro è il mondo.

– Qualunque cosa ci sia in ballo, – disse Ettore, – ci viene incontro difilato.

– L’avete detto voi, – saltò su il medico, sempre voltando le spalle a Ettore. – L’avete detto voi, attenzione, non io.

– Oh, andate al diavolo! – scoppiò Ettore, senza ritegno; e l’altro ebbe un sogghigno di trionfo.

– L’avete detto voi, – ripeté.

– E con ciò?

– Conosco un mucchio di gente in gamba che ha avuto fastidi col proprio capospedizione per aver detto molto di meno, – rispose eccitato il medico. – Oh, no! Non crediate che io abbocchi.

– Mi pare che vi preoccupiate un po’ troppo di non compromettervi, – disse Ettore, che aveva perso le staffe a sentir tutte quelle stramberie. – Io non avrei paura di dire quello che penso.

– Sì, a me! Bella forza. Io non conto niente, lo so bene.

Dopo una pausa di relativa calma, il Campo Base fu investito da una serie di raffiche, una peggio dell’altra, e per un momento Ettore, troppo occupato a tenersi in equilibrio, non aprì bocca. Non appena quel ballo violento si fu calmato un po’, disse: – Adesso sta esagerando. Ci sia o no qualcosa in arrivo, mi pare si dovrebbe richiamare dai campi alti gli alpinisti il prima possibile. Mio padre è andato a coricarsi proprio adesso, nella tenda mensa. Che il diavolo mi porti se non gliene parlo.

Ma appena aprì la cerniera della tenda vide il capospedizione che leggeva un libro. Il capospedizione Bruno Brunelt non era coricato: stava in piedi con una mano aggrappata alla curva di un paletto della struttura, mentre con l’altra teneva aperto davanti agli occhi un grosso volume. La lampada dondolava appesa al gancio di ferro, altri libri sparsi sopra il tavolo delle riunioni sbattevano le pagine da una parte all’altra, il lungo barometro colpiva a scatti il legno dove era fissato, il telo della tenda si gonfiava continuamente. Imperturbabile in tutto quel trambusto, il capospedizione Bruno Brunelt levò gli occhi sopra l’orlo del libro e chiese: – Che c’è? (continua…)

INDEX CAPITOLI
1 cap | 2 cap | 3 cap | 4 cap | 5 cap | 6 cap | 7 cap | 8 cap | 9 cap | 10 cap | 11 cap | 12 cap | 13 cap | 14 cap | 15 cap | 16 cap | 17 cap | 18 cap

SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

alberto_peruffo_01

Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

logo_montura_01     logo_alpstation_01
logo_xacus_01     logo_rifugio campogrosso_01     logo_sabina universitas_01     logo_alcione_01     logo_colli vicentini_01     logo_rifugio roma_01     logo_solsonica_01     logo_fiamm_01     logo_carbo_01     logo_serenissima_01   logo_kastelaar_01

Il post non ha ancora nessun commento. Scrivi tu per primo.

Lascia un commento