Reportage

#55 LA FELICITÀ NON ESISTE

testo e foto di Filippo Macchi  / Formigine (MO)

La Grande Balena Bianca in tutta la sua maestosità.
28/12/2020
7 min
Il Bando del BC20

La felicità non esiste

di Filippo Macchi

La sveglia suona che fuori è ancora buio.
Fa piuttosto freddo anche se siamo solo a metà settembre.

Getto uno sguardo nell’angolo della stanza dove ieri sera ho lasciato lo zaino pronto. Una giacca, una borraccia, tante barrette e l’immancabile macchina fotografica.
Ho dormito malissimo ed in questo momento l’idea di uscire dal letto caldo proprio non mi attira, ma quello zaino là nell’angolo mi sta dicendo tutt’altro.
Guardo il cavalletto fissato sul dorso dello zaino, riporto a galla una serie di immagini studiate che vorrei approfondire sul campo.
Facciamolo, o almeno proviamoci mi dico cercando di motivarmi.

Consumiamo un’abbondante colazione e lasciamo l’appartamento. Quaranta minuti di auto nei quali i pensieri si affollano nella mente. Non tutti positivi. Mischiati a sogni e obiettivi per l’ennesimo progetto che cerco di portare a termine.

Parcheggiata l’auto i soliti gesti di rito.
Calze e scarponi, misuro l’altezza dei bastoncini, metto al sicuro le chiavi dell’auto nella tasca dello zaino. Non perché ma ho sempre paura di perdere le chiavi dell’auto e di ritrovarmi a sera nell’impossibilità di rincasare.
Lasciamo gli ultimi indugi nell’abitacolo dell’auto e ci incamminiamo lungo il sentiero.

Fa piuttosto fresco ed il sole non è ancora uscito alle nostre spalle. Il cielo però è di quelli estivi. Un blu cobalto senza nuvole.
Qualche marmotta ci fa il verso poco amichevole di toglierci dai piedi, qui è casa loro.
Finalmente ci lasciamo il fondo valle alle spalle e cominciamo a salire. Anche il sole ormai uscito dall’ombre dei monti illumina il nostro cammino e risaliamo i primi tornanti di gran lena.

Il cuore è leggero, la mente un po’ meno. Ci fermiamo per prendere fiato e bere un sorso di acqua.
Ai nostri piedi la vallata sprofonda nell’ombra seguendo il naturale percorso del torrente che l’ha modellata.
Un tripudio di abeti e larici senza soluzione di continuità. Io sarei già a posto così. Potrei sedermi in questo luogo e contemplare semplicemente la vista che ho di fronte.
Usciamo finalmente da questa prima salita su di un altopiano nel quale non metto piedi da almeno 20 anni.

Non conservo ricordi di quello che sto guardando.
Peccato non poter incedere nel passato alla ricerca di quei ricordi e di quei momenti che hanno contribuito a formarmi per quello che sono oggi.
Sento un’urgenza crescente data dal tempo sta trascorrendo, a mio parere, alla velocità della luce.

E’ già mattina inoltrata ed i mille dubbi sul tempo a disposizione scavano come un tarlo nel mio cervello.
Il sentiero ora è una facile strada forestale che prosegue in leggera pendenza seguendo il profilo dei monti che ci sovrastano. E’ il momento di spingere per guadagnare qualche minuto prezioso.
Ma ecco che sul più bello il motore si inceppa.
Sono costretto a fermarmi. Mi siedo.
Lascio trascorrere minuti preziosi ascoltando il mio corpo. Ci sono abituato, ma oggi proprio non ci voleva.

Tripudio dolomitico scendendo dalla Grande Balena Bianca.

Passa mezz’ora. Mi rimetto in cammino.
Lentamente, un passo dopo l’altro, aggiriamo l’immenso massiccio alla nostra sinistra. La grande balena bianca. Il mio Moby Dick.
Per un attimo lo spirito si fa leggero. Sono stato qui esattamente trenta anni fa. Era un lunedì di metà luglio. Ricordo un cielo plumbeo da nubi basse. Della balena bianca a quel tempo nessun segno tanto era avvolta dalle nuvole.
Oggi si mostra in tutta la sua potenza.

Raggiungiamo il rifugio alla sua base e ci concediamo un po’ di riposo. In cuor mio nutro molti dubbi sulla possibilità di raggiungere la cima.
Mi preparo mentalmente alla rinuncia. Cerco intorno a me qualcosa di valore che mi faccia dire “beh almeno questo l’ho fatto e visto”.

Ristorati, iniziamo a risalire la fiancata in un zigzag impegnativo ma non impossibile.
Guadagniamo un centinaio di metri quando arriva un nuovo semaforo rosso.
Non riesco a pensare. Mi siedo. Bevo. Prendo fiato.
Non so se voglio continuare, ma i piedi si muovono verso l’alto. Mi sento svuotato.
Trascinandomi con la sola forza del pensiero, esco da questo primo calvario. Non è certo il momento delle recriminazioni, ma certo è che quei chili di attrezzatura fotografica nello zaino mi fanno pensare seriamente alla loro necessità.

Finalmente la salita spiana e appoggio gli scarponi sulla schiena della balena.
Una lunga, quasi indefinita, traccia di sentiero disseminata da inutili ometti di pietra sparisce là in alto come se finisse nel nulla.
Mi sembra tutto inutile quello che sto facendo. Insisto nel salire nella speranza di una ricompensa adeguata alla sforzo che sto compiendo.
Mai come in questo momenti di estrema sofferenza mi sento solo. La lotta senza quartiere contro me stesso mi prosciuga di ogni energia.

Mi sdraio sulle pietre. Guardo il cielo blu completamente sgombro da nuvole e sogno di essere uno di quei corvi che leggiadri svolazzano apparentemente senza fatica.
Mancano sì e no 100 metri alla vetta. Lo intuisco anche se non la vedo. Sento le voci di altri che probabilmente gioiscono dell’impresa che hanno appena portato a termine.
Forza, un ultimo sforzo.
La neve, la croce, niente altro sopra di me se non il blu infinito.

Finalmente ci sono, sono in cima.
Non provo nulla. Sono solo profondamente spossato.
I gesti si susseguono automatici. Monto il cavalletto, scatto qualche immagine. Mi guardo intorno. Ci sono sì.
Non riesco a concentrarmi su quello che sto vedendo, la stanchezza è talmente tanta che l’unico pensiero che riesce a farsi strada è quello di scendere.

Riguadagniamo la base della balena e come spesso accade in preda alla stanchezza, si commettono degli errori. Ci incamminiamo quindi lungo un sentiero che ad anello ci riporterà al punto di partenza.
Camminiamo lenti e svogliati, sovrastati da ambienti sempre più maestosi man mano che perdiamo quota.
Dopo un tempo che pare infinito, raggiungiamo un lago, altra meta che mi ero prefissato per oggi. Ahimè il nostro errore di un’ora fa è stato quello di non far riferimento di acqua.

Le gambe si muovono a fatica e camminare anche solo sull’erba soffice è un supplizio.
In questa conca solitaria la disperazione si fa lentamente strada accompagnata a braccetto da questa urgenza inspiegabile.

Panorama dalla vetta della Grande Balena Bianca.

Ci abbeveriamo ad una specie di sorgente che fuoriesce dalla terra, mangiamo qualcosa e ci avviamo verso quella che dovrebbe essere l’ultima salita della giornata.

Poche centinaia di metri che mi sembrano un’impresa titanica.
Tutto il mio peso è riverso sui bastoncini e con una lentezza da bradipo raggiungo il culmine. Sotto di noi lo spettacolo che va presentandosi è totale. Mi abbandono a terra spossato, mi tolgo gli scarponi e chiudo gli occhi.

Lascio che il cuore ritrovi il suo naturale ritmo. Passano minuti che sembrano un’eternità. Dieci, venti. E’ trascorsa mezz’ora. Proviamo a ripartire, da qui ci aspetta una discesa come poche ho visto in vita mia. La disidratazione indurisce le gambe e rende ogni movimento innaturale, doloroso. In pochi e fugaci attimi di lucidità il paesaggio si fa strada attraverso la vista.

E’ difficile riuscire a definire i contorni della maestosità che si srotola ai nostri piedi. Guardiamo attoniti verso il basso rinfrescati dal vento della sera che risale la valle. Non c’è gioia. c’è solo vuoto nei nostri pensieri.
La stato di prostrazione nel quale ci troviamo offusca l’intero trascorso della giornata.

Veramente abbiamo salito la balena bianca?
Le foto lo dimostrano ma dentro di me ho già archiviato questa esperienza nel cassetto delle grandi sofferenze. E’ un cassetto che raramente apro e nel quale so esserci conservati i ricordi più dolorosi della mia vita. Ricordi legati inesorabilmente alla montagna.

Guardo questo larice prematuramente ingiallito cercando di immaginarmi da qui ad un mese come sarò questa valle. Non ho risposte. Lascio che i piedi seguano il sentiero in un turbinio confuso di pensieri.

Siamo quasi a fondo valle, la giornata volge al termine ed il sole ha lasciato spazio alle ombre della sera. Ancora qualche centinaio di metri e questo calvario sarà terminato.
Dentro di me solo un grande vuoto e la consapevolezza di aver portato a termine quanto prefissato.

Con le gambe sotto ad un tavolo di una malga e lo sguardo vacuo sopra un piatto di polenta fumante, lascio vagare i pensieri cercando di trovare quei ricordi che nel corso degli anni ho accumulato dalla lettura di tante imprese alpinistiche. Oggi non ho compiuto nulla di eccezionale agli occhi dei più, ma rimarrà per sempre eccezionale per me. Mi chiedo quindi se questa sensazione di vuoto sia la stessa di chi, tornato da una grande impresa magari sacrificando qualcosa di ben più tangibile che un po’ di stanchezza, si ritrovava poi a tirare le somme di quanto portato a termine.

Cerco di capire perché ho voluto salire questo monte nonostante siano anni non sento più la necessità di avventurarmi in azioni del genere. Era veramente così importante patire tutta questa sofferenza? Mi guardo dentro e tutto provo tranne la felicità di aver concluso positivamente un intento.

Forse la grande verità è che l’avventura nasce prima di tutto dentro ognuno di noi. Poco importa se ogni centimetro di questo pianeta è già stato esplorato, l’importante è trovare una propria dimensione di avventura, perché l’inesplorato è dietro casa.
Oggi porto a casa questo. Un’avventura, un ricordo, una fotografia.

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foto:
1. La Grande Balena Bianca in tutta la sua maestosità.
2. Tripudio dolomitico scendendo dalla Grande Balena Bianca.
3. panorama dalla vetta della Grande Balena Bianca.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Filippo Macchi

Filippo Macchi

Nato e cresciuto in provincia di Modena, sono il tipico esempio di montanaro di pianura. La sofferenza per la lontananza dai monti è solo in parte mitigata dalla fotografia che coltivo da circa 30 anni. Ho iniziato a fotografare per "portare a casa" le mie montagne. Oggi i miei soggetti si caratterizzano, per quanto possibile, per una totale assenza di opere legate all'uomo. Penso infatti che la Natura sia sufficientemente bella per non dover ulteriormente deturpare i paesaggi con la nostra presenza. Da qui nasce anche la mia adesione dal 2019 al movimento Nature First.


Il mio blog | Da tempo immemore ho almeno un blog attivo. Dal 2016, insieme a mia moglie Lavinia, abbiamo dato vita a Ma.Ni. Adventure photography, una presenza digitale che ci permette di mostrare e raccontare il nostro modo di vivere la natura attraverso la fotografia e le parole.
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