Reportage

#53 LEZIONI DI VOLO

testo e foto di Elena Casolaro  / Livorno

25/12/2020
6 min
Il Bando del BC20

Lezioni di volo

di Elena Casolaro

Espiri. Click, spegni la frontale.

Riesci a vedere solo i contorni del mondo sotto i tuoi piedi: sassi che riflettono la luna sopra di te, fili d’erba seccati dal sole, muschi, i confini del sentiero battuto. L’occhio si fa bastare le poche linee che riesce a distinguere dal nero: gli sono sufficienti per camminare.
Allunghi il passo: cerchi di scappare da quello che l’essere sola ti sussurra nella testa. Parole d’acciaio si infilano ovunque trovino una breccia, immagini di te che sali su un treno senza biglietto una sera di agosto appena prima che si chiudano le porte. Sudata, uno zaino fatto alla rinfusa sulle spalle. Tu che scendi dal treno in una stazione straniera che ha qualcosa di familiare, cammini nella sera che è già notte, corri più forte che puoi e urli fino a farti bruciare la gola.

La terra non ti restituisce il tuo eco.
Mezzanotte, le due, le quattro.
L’unico rumore è quello dei tuoi passi, sei uno spillo che cammina nella bolla di silenzio mandandola in frantumi. Ti si spezza il respiro man mano che aumentano i metri verticali che ti lasci alle spalle, e allo stesso ritmo lo spicchio buio si fa più sottile.
Le stelle strane dell’alba brillano ancora sul nero annacquato, quelle che non fai mai in tempo a vedere in tempi normali. Le creste stanno lì ferme, bianche sotto la luna. Se ne fregano di te, della tua esistenza o meno, del tuo spingere per essere in vetta quando sorge il sole. Vuoi vedere il riflesso sui monti vicini, quello che dura un secondo e poi è già luce gialla. Non dà seconde possibilità, lui, non ha preferenze per nessuno: devi esserci al momento giusto, o aspettare domani. Ma nessun giorno è l’ultimo, quel raggio ci sarà domani e dopodomani. Per te, per tutti o per nessuno.

La paura ti stringe lo stomaco, hai voglia di stare al caldo e chiudere gli occhi in un letto vero. Ma sei sola nel bel mezzo del sentiero. Vorresti tornare indietro, vorresti salire su un altro treno verso casa, ma senti il bisogno di essere in vetta all’alba. Per una volta non fai domande, e continui a trascinare le gambe. Non sei allo stremo, forse non sei nemmeno stanca: è l’onda di irrisolto che amplifica le sensazioni, dal cervello si fionda nella pancia e non se ne va.
Ripercorri nella testa tutte le tue albe con un accenno di sorriso, quasi dimentichi di aver vagato per tutta la notte su un inutile sentiero.
Le albe vere e quelle sbiadite, viste abbracciandoti le ginocchia seduta sull’erba bagnata o nel freddo di una vetta.
Un tempo avresti voluto non essere una da alba, avresti voluto essere capace di accontentarti, avresti voluto sentirti parte di qualcosa che non ha mai fatto parte di te.

Eri un esserino esile, timidissimo, sempre impaurito di fare cose “da maschi”, sempre a fantasticare atterrita su cosa pensassero gli altri di te. Del tuo odore di fuoco, delle trecce che non riuscivi a farti fare.
Un tempo, quelle poche volte in cui il tuo babbo ti aveva trascinato sui monti, non ti alzavi la mattina per vedere il giorno iniziare, la tenda era troppo tiepida e la sveglia troppo fastidiosa. Sapevi che lì fuori faceva un freddo che ti si ficca nelle ossa, e non ti volevi far prendere.
Manco ti piaceva, la montagna, e non ti riusciva di non andarci.
Odiavi tutte quelle salite, ancor più le discese, e le gambe che bruciano e il fiato che non è mai abbastanza e i cinque minuti che mancano sempre. Dover continuare a camminare per ore, i piedi pieni di vesciche e la gola secca per l’acqua già finita da un pezzo, sempre troppo poca. La frutta secca e i panini, il cibo in scatola. Il freddo della notte, il sacco a pelo che lascia entrare rivoli sottili d’aria ghiacciata, o le coperte che pizzicano, o il materasso sporco del sudore di chissà chi prima che del tuo. Tutte quelle cose fastidiose che non ti permettono di stare tranquilla, che ti assediano ogni secondo.

Poi è successo, una scintilla: le montagne ti prendono e non ti mollano. Non sei più riuscita a starne lontana, il cervello aggrappato a tutti quei dettagli scomodi. Un’avventura ne chiama un’altra; fare lo zaino, l’autostrada, filare le corde, finalmente salire.
Una parte di te è sempre lì seduta per terra a gambe incrociate, a sciogliere la neve di un tè sul fornellino, dove l’acqua ci mette così poco a bollire.

Gli ultimi sassi ti scivolano sotto le scarpe, mentre divaghi tra tutti questi stralci senza capo né coda. Ti stringi nelle spalle, c’è già il vento della cresta. Cerchi di respirare fino in fondo, hai il cuore che sbatte forte e una poltiglia nel cervello. Quello che vorresti adesso è non sentire l’irrisolto, guardare avanti con gli occhi di chi ha piani saldi in tasca. Ma sei qui, sola sul sentiero, è tutta la notte che ti trascini in avanti, ti mordi la lingua per non pensare alle vesciche che hai sotto i piedi. Hai fame, ma non hai portato niente da mangiare, l’acqua è finita.

Domani scade il termine per iscriverti all’università.
Ti viene il vomito a pensare ai mesi passati; righe sovrapposte ad altre righe nella tua testa, cercare di stare seduta a una scrivania quando l’unica cosa che volevi era l’aria. Pensi all’afa del cemento, alle frasi di circostanza.
È già quasi domani e non riesci a prendere una decisione. Vuoi solo salire più su, lontana persino dal computer che ti permetterebbe di tapparti il naso e fare una cazzata.
Forse il senso di tutta questa storia è spremere il succo. Non sai neanche di cosa.

Andartene via dalle cose fatte per fare, dalle luci e dalle macchine e da quello che hai già visto. Sentire la paura in fondo allo stomaco, quella che si sente al buio nel bosco da soli. Sentire freddo e non avere niente per coprirti, arrivare a un vicolo cieco e aprirti la strada con le unghie, perché non riesci a pensare a nessuna alternativa. Dimenticarti di mangiare e fare pipì e scorrere su Instagram i momenti d’oro delle vite degli altri. Entrare dentro ogni cosa come fosse questione di vita o di morte, come se i sassi sotto i tuoi piedi non fossero mai stati calpestati da nessuno. Essere quella te che non ha paura di scegliere, che vive senza schematizzare, che prende quello che viene. Che strappa le pagine e sale su un treno una sera d’agosto senza nessun motivo in particolare.
Ti metti sulle spalle uno zaino leggero: ci sono solo i quaderni pieni di tutte le tue crisi, scarpe di ricambio e quella te che forse esiste solo all’alba.
Aspetti qualcosa.
Poi all’improvviso non aspetti più.

Un angolino di fiamma si allunga sullo spigolo della montagna vicina, roccia apuana colorata di rosso. L’imbarazzo si sparge anche sulle vette vicine, adesso sull’orizzonte c’è il bordo superiore del sole, il contrario di un sorriso. Delle nuvolette stanno sospese, aspettando che i loro confini  vengano ricamati per un istante. E la luce raggiunge anche loro, rosa sul cielo già azzurro. Ne infiamma i contorni, sono pietre preziose sul filo dell’alba.
Ecco quel riflesso che aspettavi fin dall’inizio, il raggio di fuoco che avvolge tutto il panorama, avvolge te, ferma in piedi su un sentiero senza vera destinazione, con la vita che ti scorre addosso senza che tu la possa fermare, in mezzo a un riflesso che non ti lascia neanche lo spazio per respirare. L’hai detto, dura un momento senza sconti: è già oltre.

Il sole è tutto intero, ora, appena sopra la linea dei monti. Rosso, conserva ancora qualche istante di alba rubandolo al giorno.
Ultimi bagliori e già il cielo sbiadisce, si mischiano i colori per fare spazio alla luce.
È tutto qui, è finito, cadi sulle ginocchia. Chissà se ti riuscirà mai di raccontare un inizio così, strisciando tra ciò che è stato e ciò che non sarà mai. Provarci e volare sempre, e chiederti: “Ce la farò?” e farcela. Oppure no.
Piano piano si allenta la morsa alla gola, lasci andare la paura. C’è il sole che sorge, sulle montagne del marmo e del mare. È un’alba resa diversa dai passi che l’hanno raggiunta uno degli ultimi giorni d’estate.

Ti piombano addosso la stanchezza della notte insonne, i singhiozzi continui, la fame.
Ti guardi da fuori, ora che il sole è già alto, le vette ti vorticano attorno e le nuvole corrono già via. Sola, immobile mentre tutto si muove.
Il succo spremuto sbatte la porta in faccia ai tuoi giorni di bambina, quelli delle mani strette e delle corde tese. Avanzi di qualche passo su una strada diversa. Apri le braccia e sei in caduta libera, vedi nero e hai paura, ho sempre odiato sentire il vuoto nello stomaco. Non sai cosa c’è dopo, ma cadere non è così male.
Poi l’ aria ti scivola addosso, hai il cielo negli occhi, accenni un sorriso: dove hai imparato a volare?

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foto:
1. Alba controluce in vetta alla Pania della Croce.
2. Alba ai piedi del Pizzo d’Uccello.
3. Cresta Garnerone a precipizio sul mare.

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Questa storia partecipa al Blogger Contest 2020.

Elena Casolaro

Elena Casolaro

Mi piacciono le avventure e le melanzane alla parmigiana, i libri e i posti nuovi, le montagne e le vertigini. Ho diciotto anni e sto cercando di capire cosa voglio dalla vita: qualsiasi cosa sia, spero che includa l’odore del fuoco, il fiatone, il vento nei capelli e i brividi di felicità.


Il mio blog | Wandertrieb è nato per raccontare i sei mesi che ho vissuto in Messico. Poi sono tornata a casa e questo blog è diventato un posto dove condividere storie, idee, strade. Di viaggi, di montagne e di vita quotidiana. il posto dove racconto di me a chi ha voglia di leggere.
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