Una classica immagine del Kanchenzonga da sud. Zemu Ridge e Zemu Peak sulla destra

Una classica immagine del Kanchenzonga da sud. Zemu Ridge e Zemu Peak sulla destra

capitolo . 4

In quel momento, bastone paterno in pugno, il capospedizione Bruno Brunelt, di ritorno da una perlustrazione, attraversò la tenda mensa, accompagnato da uno sherpa triste e composto, che gli veniva dietro in scarpe di plastica con suole di copertone, e pure lui con un bastone in mano.

Il capo della spedizione Thanghla, con voce appena distinta e come era sua abitudine guardandosi la punta degli scarponi, fece notare che per il tentativo finale alla vetta di questa difficile montagna sarebbe stato necessario allestire un ulteriore campo, e pregò il signor Evans di preparare i materiali da consegnare alla squadra più in forma di portatori d’alta quota per l’indomani alle cinque del mattino. Buttò indietro il cappello per asciugarsi la fronte, osservando nello stesso tempo che allestire un ulteriore campo gli dava proprio fastidio; mentre il signor Evans sovrastandolo dall’alto, senza degnarsi di far parola, fumava austeramente, appoggiando il gomito destro nel palmo dell’altra mano. Con la stessa voce sommessa fu dato a Ettore l’ordine di tenere sgombro il corridoio antistante l’entrata al campo. Dovevano essere sistemati dieci nuovi portatori d’alta quota. Il governo cinese li metteva a disposizione, viste le difficoltà. Le provviste di rinforzo per il prolungarsi della spedizione, 2 sacchi di riso, 3 di verdure e ortaggi, materiali di protezione e le tende sarebbero state portate fra poco da una fila di yaks. Si trattavano di uomini esperti del luogo, disse il capospedizione Bruno Brunelt, ognuno con il proprio materiale d’alta quota. L’aiutomagazzino doveva subito cominciare a piantare, fissare bene per terra, lungo lo spazio adiacente alla tenda materiali, una nuova tenda deposito, per fare in  modo che in caso di forti bufere quel nuovo materiale non fosse disperso. Ettore avrebbe fatto bene a occuparsene subito. – Intesi, Ettore? – L’ufficiale di collegamento, una specie di interprete, tibetano, sarebbe venuto a chiedere dettagli a ogni nuovo risultato della progressione. Era un delegato del governo cinese e doveva documentare ogni mossa. Era bene che Ettore lo accompagnasse sul terreno. – Intesi, Ettore?

Ettore ebbe cura di sottolineare queste istruzioni dove era opportuno col «Sissignore» di rito pronunciato senza entusiasmo. Il suo brusco – Vieni, Lama; io fare vedere, – mise in moto il tibetano dietro le sue calcagna.

– Se tu volere vedere, potere vedere tutto, disse Ettore che, non avendo alcuna attitudine per le lingue estere, storpiava malamente lo stesso pidgin-English. Indicò la parte estrema del Campo Base. – Avete posto numero uno per dormire. Eh?

Era burbero, come s’addiceva alla sua superiorità d’esperienza, ma non ostile. Il tibetano fissava triste e silenzioso i ghiacciai del Campo Base, come fosse sulla soglia di un cimitero spalancato.

– Laggiù non prendere neve-capire? – fece Ettore indicando col dito. – Supponi sempre tempo buono, portatori andare oltre, in quota, – continuò, scaldandosi con la fantasia. – Fare così-Fuu! – E allargò il petto, gonfiò le guance.  – Capire, Lama? Respirare tanta aria. Buono. Eh? Tu curare materiale, mangiare in tenda-vedere, Lama?

Con un gesticolare esagerato della bocca e delle mani faceva mostra di mangiar riso e di sistemare il materiale; e il tibetano, celando la sua diffidenza per quella pantomima sotto un contegno composto e soffuso d’una malinconia fine e delicata, girava alternativamente gli occhi a mandorla da Ettore al bordo del Campo Base e da questo a Ettore di nuovo. – Molto bene, – mormorò con tono sommesso e sconsolato, e garbatamente s’allontanò in fretta verso le tende, evitando gli ostacoli nel suo cammino. Quindi scomparve, schivando uno yak carico di sacchi di juta sporchi, pieni di qualche preziosa vivanda che esalava un odore nauseante.

Il capospedizione Bruno Brunelt intanto era andato nella tenda mensa, nell’angolo comunicazioni radio-satellitari, ove una lettera iniziata due giorni prima attendeva di essere terminata. Queste lunghe lettere cominciavano tutte con le parole «Carissima moglie» e il capocucina, tra una fregatina ai tavoli e una spolveratina alle cassette dei barometri, coglieva ogni occasione per leggerle. Probabilmente interessavano più lui che la donna cui erano destinate; perché descrivevano nei più minuti particolari ogni giorno della spedizione Thanghla.

Il capospedizione, fedele ai fatti concreti, i soli che la sua coscienza potesse riflettere, li descriveva con ogni cura per pagine intere. La casa cui quelle lettere erano indirizzate era sita nel sobborgo settentrionale di San Francisco, con un pezzo di giardino davanti alle finte barchesse, un portico profondo di buona apparenza, e porta d’ingresso a balconi colorati con finta maniglia di ferro. Ne pagava 300 euro al mese, e non trovava l’affitto troppo alto, perché la signora Brunelt (una persona gentile dal collo vellutato e dalle maniere suadenti) era indubbiamente di buona famiglia e nel vicinato riconosciuta davvero come «davvero, superiore». L’unico segreto della sua vita era il sacro terrore del momento in cui il marito sarebbe tornato a casa per sempre. Sotto lo stesso tetto dimoravano anche gli altri due giovani figli, una signorina di nome Maria Luisa e un ragazzo adolescente, Gabriele. Questi due conoscevano ben poco il padre. Più che altro, essi lo consideravano come un ospite inconsueto ma privilegiato, dove la sera poteva fumare la pipa in sala da pranzo e dormire in casa. La fanciulla, piuttosto bassa e tozza, tutto considerato si vergognava un po’ di lui; il ragazzo mostrava una franca e completa indifferenza, in quella maniera dritta, simpatica e aperta proprio dei ragazzi virili.

E molte volte all’anno il capospedizione Bruno Brunelt scriveva dalle montagne asiatiche, con la singolare preghiera di essere «ricordato ai ragazzi», e firmandosi «tuo affezionatissimo marito», imperturbabile come se quelle parole così usate da tanti uomini fossero, tranne che per la forma, logore cose, senza significato.

Tanto a nord che a sud le montagne dell’Asia sono maestose. Sono montagne piene di fatti quotidiani eloquenti, come picchi, banchi glaciali, morene, torrenti rapidi e variabili – e fatti complicati che parlano all’alpinista con un linguaggio chiaro e preciso. La loro parola risvegliava in maniera così acuta in Bruno Brunelt il sentimento della realtà, che egli aveva abbandonato la sua tenda personale e viveva praticamente tutti i giorni ai margini della tenda mensa della spedizione, spesso facendosi portare fuori i pasti, e di notte dormendo nell’angolo aperto dedicato all’osservazione cartografica. Lì scriveva le sue lettere a casa. «Durante l’avvicinamento al Campo Base il tempo s’è mantenuto molto bello», o qualche altra constatazione del genere. Constatazione che nella sua stupefacente insistenza era, comunque, perfettamente esatta come tutte le altre contenute nella lettera.

Anche il signor Evans scriveva lettere; solo che nessuno degli alpinisti conosceva la loquacità della sua penna, perché il responsabile dei materiali aveva abbastanza immaginazione per tenere ciò che scriveva chiuso nella sua tenda. Alla moglie piaceva moltissimo il suo stile. Non avevano avuto figli, e la signora Evans, una gioviale quarantenne, grossa e dal petto opulento, abitava con la vecchia suocera sdentata in una casetta nei pressi di Newport, nel Galles. Ella scorreva la corrispondenza a colazione, con occhi vivaci, e declamava gioiosamente i passi interessanti alla vecchia sorda, facendo precedere ogni citazione dal grido d’avvertimento «Charles dice!» Aveva il vezzo di scaraventare anche addosso agli estranei le sentenze di Evans, provocando il facile stupore della gente con quel testo inconsueto e con l’inaspettata vena scherzosa di quelle citazioni. Il giorno in cui il nuovo curato venne in visita a casa per la prima volta, ella trovò modo di notare: «Come  dice Charles: “le persone che viaggiano per le montagne imparano la meravigliosa natura dell’alpinista”», ma un cambiamento nel contegno del visitatore la fermò a mezzo e le fece sgranare gli occhi.

– Charles… Oh!… Signora Evans, – balbettò il giovane, con il viso in fiamme, – devo dirvi… io non…

– Ma è mio marito, – fece lei con un grido, gettandosi indietro sulla sedia. Accortasi dell’equivoco, coprendosi gli occhi con il fazzoletto scoppiò in un riso convulso, mentre l’altro restava lì con un sorriso forzato, fermamente convinto, nella sua inesperienza di donne gioviali, di trovarsi davanti a una matta da legare. In seguito divennero ottimi amici; perché egli, assolta da ogni intenzione irriverente, si convinse di avere a che fare con una persona davvero degna; e col tempo si abituò a ricevere senza batter ciglio altri frammenti della sapienza di Carlo il Grande.

Una volta Charles aveva detto, secondo quanto riportava la moglie: «Per conto mio, meglio, avere per capospedizione il più sciocco degli asini piuttosto che un volpone. Uno stupido c’è sempre il modo di prenderlo; ma un volpone è furbo e ti scivola dalle mani». Generalizzazione un po’ campata in aria e indotta dal caso particolare dell’onestà del capospedizione Bruno Brunelt, onestà che, in sé, aveva la massiccia evidenza di un blocco di granito. Dal canto suo Ettore, uomo incapace di generalizzare, scapolo, e nemmeno fidanzato, aveva l’abitudine di confidarsi in altra maniera a un vecchio amico, già compagno di spedizione, ora vicecapo di un gruppo di guide alpine.

Cominciava anzitutto con l’insistere sui vantaggi dell’alpinismo sulle grandi montagne asiatiche, accennando alla sua superiorità nei confronti dell’alpinismo sulle Alpi. Esaltava il cielo, le montagne, le spedizioni di suo padre e la facile vita dell’Estremo Oriente. La spedizione Thanglha, affermava, come qualità alpinistiche non era seconda a nessuno.

Non abbiamo equipaggiamento uniforme, ma siamo come tanti fratelli, – scriveva. – Mangiamo tutti nella stessa tenda mensa e stiamo magnificamente… Gli alpinisti del team sono gente per bene come tutta la squadra che cura e porta il materiale, e Sonam Sherpa, il loro capo, è un tipo dalla lingua svelta. Stiamo per diventar ottimi amici. Quanto al nostro vecchio, mio padre, non si può trovare un capospedizione più tranquillo di lui. Qualche volta ti vien fatto di credere che non abbia giudizio sufficiente per accorgersi che qualcosa non va. Eppure non è così. Non può essere. Guida esplorazioni già da un bel pezzo ormai. Veramente, sciocchezze non ne commette e fa filare bene le sue spedizioni senza seccare nessuno. Credo che non sia nemmeno capace di prendere gusto a fare una scenata. Io non ne approfitto. Non mi piacerebbe. A casa pare non capisca la metà di quanto gli si dice. Qualche volta ne ridiamo; ma, alla lunga, stare con un uomo simile stanca. Il vecchio Charles dice che non è di grande conversazione. Conversazione! Oh santo Iddio! Non parla mai. L’altro giorno stavo parlando fuori dalla tenda mensa con un portatore d’alta quota, e lui ci deve aver sentito. Quando entrai per sostituirlo alle radio, lui esce dalla tenda mensa, gira gli occhi intorno con attenzione, si inarca a guardare gli speroni laterali della montagna, getta un’occhiata col binocolo, dà una sbirciatina all’inclinazione del sole sulle pareti. Dopo un po’ fa: – Eravate voi a parlare poco fa del passaggio di sinistra? – Sissignore –. E se ne va dritto verso la sua tenda, si siede sotto la tela di riparo su un suo seggiolino pieghevole, e per mezz’ora forse non apre bocca, tranne una volta che lo udii starnutire. Dopo un po’ sento che si alza, e calmo calmo si avvicina a sinistra, dove sto io. – Non riesco a capire di cosa potete chiacchierare, – dice. – Un’ora intera. Non che voglia rimproverarvi. A casa vedo gente che chiacchiera tutta la santa giornata, e poi la sera si siede e riattacca col bicchiere davanti. Ripeteranno sempre le stesse cose. Proprio non so capire.

– Hai mai sentito nulla di simile? – E con che pazienza andava parlando. Mi faceva davvero compassione. Ma alle volte è proprio esasperante. Certo uno non vorrebbe scontentarlo anche se ne valesse la pena. Macché! È un anima così candida che se gli pianti uno sberleffo sul viso sarebbe capace di chiedersi con gran meraviglia che cosa ti prende. Una volta m’ha detto con la più grande semplicità di questo mondo che non sapeva spiegarsi come mai la gente agisce sempre in maniera così strana. È troppo ottuso per affaticarcisi sopra, questa è la verità.

Così scriveva Ettore al suo compagno di cordata e guida alpina, sotto l’impulso del cuore e della sua fantasia sbrigliata.

Aveva espresso la sua schietta opinione. Non valeva certo la pena cercar d’impressionare un uomo di quel genere. Se il mondo fosse stato pieno di uomini siffatti, la vita sarebbe probabilmente sembrata a Ettore una cosa senza deviazioni. E non era il solo ad avere quell’opinione. La montagna stessa, come se condividesse l’indulgenza cordiale del figlio Ettore, non s’era mai provata a scuotere quell’uomo silenzioso, che raramente piegava lo sguardo, e innocentemente andava errando sulle montagne col solo proposito di procurare a sé e ai suoi uomini il piacere di una libertà concreta e responsabile. Di bufere e valanghe ne aveva incontrate, naturalmente. Era stato travolto fino all’osso, sbattuto, travagliato, in quella maniera normale che veniva avvertita al momento e subito dopo dimenticata. Sicché in definitiva aveva ragione quando a casa scriveva di aver avuto bel tempo. Ma non aveva mai intravisto la forza incommensurabile e la collera smodata, la collera che passa e si esaurisce senza mai placarsi – la collera e la furia della montagna arrabbiata. Egli sapeva che ciò esiste, come sappiamo che esiste il delitto e l’odio; ne aveva udito parlare come un pacifico cittadino sente di battaglie, carestie, terremoti, senza che ne conosca il significato – anche se gli può esser capitato di venir coinvolto in un tafferuglio per la strada, o di aver provato un digiuno una volta, o d’esser trascinato da una bufera. Il capospedizione Bruno Brunelt aveva camminato sulle dorsali dei monti così come tanti uomini scivolano sugli anni dell’esistenza per scendere dolcemente in una placida tomba, ignoranti della vita sino all’ultimo, senza mai aver avuto l’occasione di vedere tutto ciò che essa può contenere di perfidia, violenza, terrore. Ci sono a casa e sui monti uomini così fortunati – oppure così disprezzati dal destino e dalla montagna. (continua…) 

Dispaccio K2014/02 | arrivato con staffetta il 28/04 – 8:43

Dispaccio consegnato al fratello di Anindya che ci ha accompagnato fino a Sakyong, spedito da Darjeling (ndr: manca una foto con il seguente testo “18 aprile. Quota 900m. Il gruppo K2014 al completo prima della partenza per la foresta. Anindya Mukherjee, terzo da destra: “Raggiungere il Campo Base è già una spedizione. Poi inizia la seconda spedizione per la montagna”).
Alberto

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SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

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Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

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