Reportage

#44 CACCIATORI DI MONTAGNA

testo e foto di Giorgio Giua  / Roma

Il Glacier Blanche e la Barre des Ecrins.
22/12/2020
9 min
Il Bando del BC20

Cacciatori di Montagna

di Giorgio Giua

Il primo approccio agli Ecrins fu durante una vacanza francese con la famiglia.

Non resistemmo alla reputazione del Delfinato e decidemmo di andare a dare un’occhiata con il piccolo nel porta enfant. Mi bastò arrivare al Refuge du Glacier Blanche per capire che dovevo tornare; così l’anno successivo, con Sara, raggiungemmo il Dome de Neige, ma non ce la sentimmo di affrontare la Barre. Non volevo esporre la madre del nostro bambino a pericoli che, forse, non ero in grado di limitare.

A metà settembre dello stesso anno una valanga travolge e uccide 7 alpinisti, cogliendoli sul traverso, sotto la terminale, di ritorno dal Dome. Fu una grande tragedia, ma ciò nonostante il tarlo della Barre mi rimase dentro, rosicchiandomi l’anima da un angolino nascosto della mente e già l’estate successiva ci sarei voluto tornare. Ne parlo con Stefano che è un buon arrampicatore e, finalmente, tre anni dopo mi incammino, ancora una volta con lo zaino affardellato, verso il magnifico Refuge des Ecrins che domina con la sua posizione straordinaria il ghiacciaio.

Siamo alla prima settimana di settembre e Il rifugio è quasi vuoto, il telefono non ha campo e i severi gestori francesi non permettono di effettuare nemmeno la ricarica elettrica. Stefano arriva una ventina di minuti dopo di me. La risalita finale della morena l’ha stroncato, ma il tramonto sulla Barre è impagabile, dalle grandi finestre affacciate sul ghiacciaio ci godiamo il momento, davanti alla meritata zuppa fumante.

Mentre ceniamo arriva un gruppo di militari francesi, sono di Grenoble, Cacciatori di Montagna, l’equivalente dei nostri Alpini. Hanno l’aria cazzuta e sono armati fino ai denti: due corde da 60 metri, viti da ghiaccio, chiodi, dadi e rinvii in abbondanza. Tre sono giovani, probabilmente militari di leva; il quarto invece, sulla quarantina, deve essere il capo, ha il classico cipiglio del sergente di ferro, addolcito però da un viso buono, incorniciato da una barba sale e pepe, e da modi gentili sebbene energici. Ha il fisico statuario di chi non sta dietro una scrivania e lo sguardo magnetico di chi è abituato a prendere decisioni e a farsi ubbidire.

Il mattino dopo, alle 5, è ancora buio pesto mentre ci incamminiamo dietro di loro, sulla esigua traccia di neve sporca. Settembre è un mese balordo per i ghiacciai, ma il gestore ci ha rassicurato sia sulle condizioni del ghiacciaio che sul meteo. Mi assalgono i soliti dubbi del mattino, “come sarà il tal passaggio?”, “il materiale sarà sufficiente?”, “la corda basterà?”. Intanto si fa chiaro e, mentre attacchiamo le prime rampe tra i seracchi, con la tragedia di tre anni prima vivida nella mente, gli alpini sono già parecchio più avanti e si preparano per qualcosa di impegnativo. Sono andati veloci nonostante gli zaini più pesanti dei nostri. Dietro si vedono due puntini lontano che puntano al Dome come le altre poche cordate che stanno scendendo sulla morena. In pratica siamo soli, il senso di isolamento è forte.

Alla crepaccia terminale, sotto il Dome de Neige, abbiamo il primo imprevisto. Non c’è la corda fissa che mi aspettavo e il piano del ghiacciaio è di diversi metri più basso del labbro superiore. Le vecchie tracce sono mangiate dal sole e dal maltempo di fine agosto e, di fatto, dobbiamo affrontare una paretina di ghiaccio inclinata almeno a 60° sopra una enorme voragine.

Mi faccio coraggio, meno un gran fendente con la picca e mi affido alla sua presa sul ghiaccio spugnoso; aggiro con circospezione una spalletta che agevola il passaggio di un muretto quasi verticale e affronto la rampa piuttosto inclinata, di una decina di metri, che mi conduce finalmente al tratto meno ripido dove infilo l’unica vite di cui dispongo. Le gambe mi tremano, la spalla mi fa male e sono emotivamente provato. Mi stramaledico per la pigrizia che mi impedisce di fare le cose difficili se non in vista di un obiettivo importante. “Sono proprio un demente!”, mi ripeto sottovoce, mentre mi accorgo che la vite traballa  e la becca non tiene per niente.

L’ardito profilo della Barre con la Breche de Lory e il “Molare” in primo piano.

Qui a quattromila metri, sotto la facile cupola tondeggiante del Dome, senza fittoni e senza traccia, trovare un posto buono per girare la vite, sotto un palmo di neve fresca, non è affatto facile. Salgo ancora un po’, levo la neve nuova con le mani e pulisco con la paletta della piccozza finché non trovo uno strato di consistenza decente. Infilo tutta la vite da 20, pianto bene anche la picca per avere due punti di ancoraggio, attrezzo la sosta e faccio il mezzo barcaiolo per far salire Stefano. Mi faccio mentalmente anche il segno della croce perché il mio compagno, con lo zaino e gli scarponi invernali, pesa quasi cento chili e spero proprio che non abbia tentennamenti.

Tutto bene, snobbiamo il Dome e scendiamo alla Breche de Lory a mangiare un boccone. Nel frattempo si sono fatte le 9, ci è voluta più di mezzora solo per passare la maledetta terminale. Ma c’è il sole, niente vento e, grazie all’ora legale, avremo luce almeno fino alle sette di sera. Valuto che potremo essere in vetta alle 11 e di nuovo alla Breche per le 13. Alle 15,00 sotto al rifugio, dove recupereremo i sacchetti con il cambio nascosti tra le pietre, e a valle prima di notte. La corda da 30 metri basterà sia per la doppia dal Molare alla Breche, sia per superare la terminale, appena un po’ stiracchiata, forse, ma basterà. Dovremo sacrificare le nostre due uniche viti da ghiaccio, ma non abbiamo alternativa, sarà comunque un prezzo modesto da pagare per la salita superba che ci attende. Ora tocca a Stefano prendere l’iniziativa, la roccia è materia sua, ma non si muove.

«Vai tu», mi dice, «non sono abituato ad arrampicare con gli scarponi pesanti e i ramponi».

Lo strangolerei, ma lo guardo in faccia e mi accorgo che è stanco, più di me, non ha avuto l’opportunità di acclimatarsi e forse avrebbe preferito andare ad arrampicare al caldo su qualche bella parete in Dolomiti. È venuto per me, gli piace l’alta montagna e l’esplorazione, non disdegna affatto l’idea di scoprire nuovi luoghi con rinnovata emozione, ma principalmente è venuto perché io gliel’ho proposto e lui si è fidato.

Non gli posso chiedere di più; in una frazione di secondo comprendo che l’onere della vetta sarà tutto mio, è giusto così, sono io che ci tengo e mia sarà la responsabilità della riuscita. Attacco la parete buia con un senso di nausea e la consapevolezza di assomigliare più a Paperino che a uno scalatore. Arranco sui vecchi spezzoni di corda molla graffiando con i ramponi la parete finché non ne vengo a capo. Trovo la sosta e sono sollevato nel constatare che la calata al ritorno sarà al massimo di 10 metri, come da relazione. Il cordino è già doppiato e in buono stato, aggancio un moschettone e assicuro Stefano col mezzo barcaiolo.

“Ma quanto diavolo ci mette?”. Mi sembra che sia addirittura più lento di me che sono passato da primo! È stanco Stefano, decisamente, forse un po’ scombussolato dalla quota, vorrebbe procedere ancora con qualche tiro, ma non possiamo; il tempo scorre inesorabilmente e la cresta nord-ovest è ancora lunga, sebbene il dislivello modesto. Lo convinco a procedere di conserva, passando la corda intorno agli spuntoni di roccia ogni volta che ne abbiamo l’opportunità. Siamo lenti, ma andiamo, la cresta è praticamente asciutta, i ramponi sono più che altro di intralcio, ma non li possiamo levare per via di quei pochi metri di ghiaccio duro che ogni tanto incontriamo. Procediamo così, con la piccozza infilata nello spallaccio e la mani sulla roccia fino al Pic Lory, l’anticima di 4088 m, solo di quattordici metri più bassa della cima. La concentrazione ad ogni passo è massima, la tensione nervosa mi consuma le energie più di una corsa estenuante in salita.

Proprio pochi metri prima del Pic Lory sto per abbandonare la partita, l’esposizione è bestiale e la cresta, affilata, nera con striature rossicce, irta di punte e di piccoli gendarmi, mi ha stremato. “Fanculo alla vetta”, penso, “anche il Pic Lory è un Quattromila; al diavolo la Barre e la sua micidiale esposizione! Non faremo mai in tempo a tornare indietro. Andiamo come bradipi azzoppati in un ambiente da leopardo delle nevi”. Ma Stefano, dietro di me, calmo e sicuro, ha superato la crisi; sulla distanza è un grande guerriero, non diciamo una parola e tiriamo avanti.

Cordata sulle rampe prima del traverso per il Dome de Neige.

Vediamo i quattro militi sbucare in vetta dalla cresta nord-est, la piccola croce li accoglie materna. Hanno fatto una via di ghiaccio difficile, ma è lo stesso rassicurante vederli arrivare solo pochi minuti prima di noi. Alle 11,45 siamo in vetta, abbraccio Stefano commosso e tutti ci stringiamo le mani sorridendo. Gli alpini, oltre ad essere in gamba, sono anche simpatici, scambiamo quattro parole in francese, forse in inglese, un po’ in italiano, tanto in montagna ci si capisce sempre.

Ora il tempo dei festeggiamenti è finito, i quattro si rimettono in marcia per la via che abbiamo appena percorso, noi ingoiamo una barretta e li seguiamo dappresso. Temo il ritorno ancora più della salita, siamo in marcia da sette ore, consumati nell’anima e logorati nel fisico. La discesa è un calvario di un’altra ora e mezza in cui la distanza con gli alpini aumenta, di poco, ma aumenta. Non li voglio mollare, percepisco istintivamente che se avremo un problema, loro ci aiuteranno a superarlo. Sono brave persone, preparati e molto più forti di noi.

Alle 13,30 siamo quasi al Molare, gli alpini si stanno calando, ma non sulla Breche de Lory, come avremmo fatto noi, bensì, avendo giuntato le loro corde da 60 metri, direttamente sul ghiacciaio oltre la crepaccia terminale. Una doppia di 55 metri che ci farebbe risparmiare almeno un’ora di tempo e le due preziose viti da ghiaccio che avremmo dovuto abbandonare al Dome per superare la terminale. “Speriamo che ci diano un passaggio”, penso mentre affretto il passo.

Arriviamo all’ancoraggio mentre si sta calando il terzo soldato. Il graduato, rimasto ultimo, controlla la situazione. Sotto, i due alpini già scesi appaiano minuscoli in confronto alla enorme bocca nera del crepaccio: una voragine immensa, già in ombra, buia e cavernosa.

«Voulez vous? …» il sergente di ferro indica la corda con fare bonario.
«Si, grazie! Mercì!» … gli darei un bacio in fronte a quest’uomo tutto d’un pezzo, ma così affabile!

Ormai sono cotto, le ombre che si allungano sul ghiacciaio mi deprimono, non ne posso più, voglio la neve molle sotto i piedi e correre giù fino alla sicurezza della morena, al sentiero a tornanti che conduce a valle! Senza rispettare l’etichetta lascio Stefano per ultimo e scendo in doppia. Ma sbaglio la traiettoria. Nella foga di andarmene da questo posto, per me adesso orrendo, e nella confusione mentale che mi pervade ormai completamente, invece di dirigermi verso la parte strapiombante della parete, che mi avrebbe permesso di superare direttamente in verticale il crepaccio, vado giù dritto, in appoggio, verso la grande caverna, larga tre o quattro metri, che sta per risucchiarmi come la bocca della balena!

Fortunatamente il militare, che tiene la corda da sotto, ha compassione e mi viene in soccorso tirandola dalla parte giusta e tendendomi la mano. È andata, ho fatto una figura di merda, ma non me ne frega niente. Mi raggomitolo sul bordo della traccia di discesa e provo ad addentare qualcosa. Lo stomaco è chiuso, ma almeno bevo. Stefano arriva con il suo solito aplomb, sulle manovre è molto più preparato di me, e aiuta i militari a recuperare le corde.

Quelli ripartono come treni e anche noi ci avviamo, come pesci bolliti, giù per il ghiacciaio in ombra. Ci tengono d’occhio e scompaiono definitivamente dalla nostra vista solo dopo aver controllato che siamo al sicuro, sul piatto Glacier Blanche, al sole finalmente, dopo aver superato la parte ripida e crepacciata.

“Grazie Cacciatori, non ho mai amato tanto i militari come oggi!”

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foto:
1. Il Glacier Blanche e la Barre des Ecrins.
2. L’ardito profilo della Barre con la Breche de Lory e il “Molare” in primo piano.

3. Cordata sulle rampe prima del traverso per il Dome de Neige.

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Giorgio Giua

Giorgio Giua

Romano, ingegnere di professione, velista e sciatore, frequento la montagna in tutte le stagioni prediligendo lo sci alpinismo, ma apprezzando le facili arrampicate e le tranquille passeggiate sull'amato Appennino. Ho cominciato a scrivere di montagna nel 2019 con la raccolta di racconti “Giorni diversi” edita dalle “Edizioni del Gran Sasso”.


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