Reportage

#33 FRAMMENTI DI ETERNITÀ

testo e foto di Federica Baron Cardin  / Treviso

10/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Frammenti di eternità

di Federica Baron Cardin

Ci sono istanti che racchiudono in sé l’eternità. Attimi in cui quell’entità sfuggente che è il tempo pare fermarsi. Momenti in cui quel fiume incessante che è la vita si arresta.

E allora l’Assoluto si manifesta. Accadde tutto lo scorso settembre, quando, aprendo il portone di casa, trovai due occhi color ghiaccio ad aspettarmi. Occhi che si nascondevano timidamente dietro a qualche ciuffo di capelli color biondo cenere. Il viso era calmo e non tradiva alcuna forma di espressione. Mi colpì subito la purezza e la trasparenza di quel volto che, seppur apparentemente inespressivo, aveva la capacità di comunicare attraverso l’intensità dello sguardo. Uno sguardo limpido e puro. Fu allora che lo battezzai “il Piccolo Principe”.

Il Piccolo Principe e io ci conoscemmo quell’estate tra i sentieri della Val di Fassa. Lui, ragazzo di montagna, io, una ragazzina di città, che amava le montagne e le portava nel cuore. Quell’estate percorremmo chilometri insieme, attraversando forcelle, rincorrendoci tra ghiaioni, perdendoci tra le guglie di quelle magiche cattedrali di Dolomia. Quel soleggiato pomeriggio di settembre partimmo ancora una volta insieme. Ci incamminammo con i nostri zaini carichi e pesanti lungo una breve salita che, partendo dal piccolo centro del paesino di Alba di Canazei, conduceva a una graziosa chiesetta gialla. Poco più su, sulla sinistra, trovammo, opportunamente segnalato, l’inizio del sentiero, che ci avrebbe condotto fino alla Val de Contrin. Dopo qualche centinaio di metri, seguendo il sentiero che piegava a sinistra, ci inoltrammo in un bosco fitto. Subito fummo accolti da un’atmosfera di pace. Intorno a noi una morbida coperta di muschio verde rivestiva le rocce e si arrampicava lungo le cortecce di quei silenziosi guardiani del bosco, che osservavano con curiosità quei due giovani passare. Pensai alla bellezza di quel silenzio.

Un silenzio carico di pace, spezzato ogni tanto solo da un paio di zampette che correvano agilmente lungo quei rami. Rami che tessevano una fitta tela nel cielo, lasciando filtrare qua e là minuscole particelle di luce. Con passo ovattato, quasi in punta di piedi, per timore di spezzare e infrangere la magia di quella quiete, attraversammo il bosco in silenzio. Da lontano si udiva la voce del torrente, che gorgogliava allegro. Un custode inaffidabile quel torrente, che ogni giorno si dilettava a raccontare a tutta la valle i segreti e le chiacchiere degli abitanti del bosco. Proseguimmo fino ad arrivare alla Baita Locia, una baitina vecchia e in legno, incorniciata da un fitto bosco. Qualsiasi frequentatore di quel sentiero, imbattendosi in questa, non potrà fare a meno di fermarsi ad ammirare le singolari imposte di quella piccola costruzione: imposte dal colore verde vivo, sopra le quali spiccano, intagliati, grandi cuori rossi.

Superammo la baita, lasciando alle nostre spalle un meraviglioso scorcio delle dita frastagliate del Sassolungo. Fummo subito accolti da pascoli erbosi, che si estendevano liberi, delimitati solo dai margini del bosco. Parlavamo poco, ma camminavamo molto e con andatura veloce. Il Piccolo Principe dettava il passo e le mie gambe si lasciavano guidare da quel ritmo incalzante. Sembrava un cerbiatto lui, con il suo incedere agile, rapido, leggero, abituato com’era a correre sui sentieri di montagna. In poco tempo arrivammo alla Baita Cianci, dove il mio cuore mi conduceva ogni estate, guidato dal richiamo dello strudel di mele o della crostata, preparati con cura e con amore dal gestore della baita. Quel pomeriggio di settembre però, non c’era tempo per fermarsi a godere dei dolci piaceri del palato. La vita aveva in serbo per me qualcosa dalle note ancora più sublimi. Così, a malincuore, dopo aver messo a tacere quel leggero languorino che brontolava nel mio stomaco, passai oltre, seguendo il mio compagno di avventure lungo una breve salita, al termine della quale arrivammo al Rifugio Contrin.

Dopo aver superato il rifugio, punto nevralgico per il comando austriaco all’epoca della Prima Guerra Mondiale, si aprì dinnanzi ai nostri occhi una valle magnifica, dove i prati, che brulicavano di rododendri e di genziane, giocavano a rincorrersi tra i piedi di quei giganti di roccia, le montagne. Da quel tappeto di erba e di fiori, luogo ameno e casa di molte marmotte, svettavano, in un cielo terso di un soleggiato pomeriggio di settembre, da un lato il Colac, dall’altro il Vernel, in compagnia della maestosa Regina delle Dolomiti, la Marmolada; e ancora, il torrione di Cima Ombretta e il Sasso Vernale. Con lo zaino in spalla e camminando a gran lena, avanzammo lungo un sentiero, che si inerpicava tra i prati, in direzione Marmolada.

Mentre io salivo, sognando di raggiungere la cima di uno di quei giganti di roccia, il sole alle mie spalle incominciava la sua lenta discesa e i suoi raggi mi solleticavano la schiena, pizzicandola. Dopo circa un’ora di salita, cominciai ad avvertire i primi segni di stanchezza. Il Piccolo Principe invece, avanzava lungo quel sentiero impervio con rapidità e sicurezza. Sentivo il ritmo regolare dei suoi passi sul terreno. Io lo seguivo, con il cuore scoppiettante, cercando intorno a me qualcosa che permettesse di distrarmi dalla fatica e dalla stanchezza di quel momento. Lo sguardo cadde allora sulle mie scarpe, un vecchio e consunto paio di Bushido, con le quali l’estate precedente avevo partecipato alla mia prima gara di corsa in montagna. E così incominciai a pensare…

Se queste scarpe potessero raccontare di tutti i luoghi che hanno visto, i terreni che hanno accarezzato, le montagne che hanno incontrato, che cosa racconterebbero? Forse direbbero che la vita è un cammino in salita, che la salita è fatica, ma che la fatica è preziosa, poiché dà valore a ogni cosa. Forse direbbero che nulla è facile, ma davvero niente è impossibile. Forse direbbero che la forza di volontà è la chiave per raggiungere ogni risultato. Forse racconterebbero che la pazienza è una virtù che merita di essere esercitata, ma che troppo spesso è sottovalutata. Forse direbbero che c’è un momento giusto per ogni cosa. Forse affermerebbero che la felicità è nel percorso, non nella destinazione. Forse concorderebbero proprio con quanto lessi un giorno sulla copertina di un libro: “La montagna non è solo nevi e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro. Silenzio. Tempo. Misura.”

E così, con aria meditabonda e assorta in simili riflessioni, giunsi in prossimità di un bivio. A sinistra, il sentiero per la Forcella Marmolada. A destra, il tracciato che conduceva al Passo Ombretta. Piegammo a destra e riprendemmo a salire lungo un sentiero che si faceva a ogni passo un po’ più stretto e tortuoso. Intorno a noi quei giganti di roccia con le loro pareti squarciavano l’azzurro del cielo, quasi volessero graffiarlo, mentre un manto scuro d’ombra ricopriva tutta la valle, avvolgendola. Arrivati a Passo Ombretta, proseguimmo tenendo la destra e, con l’aiuto di una traccia GPS, ci addentrammo in un sentiero abitato da torrioni di roccia. Camminammo e camminammo. Il mio corpo ormai procedeva da solo. La mente persa altrove, chissà dove, vagava tra quelle cime. Sognavo di grandi scalate. Mi immaginavo danzare libera su quelle pareti di roccia, la mia vita appesa a un filo. Sognavo di accarezzare quella roccia, di sentire il mio corpo fondersi con lei. Di viverla nella sua essenza. Di poter dialogare con lo spirito di quelle montagne. Perché anche le montagne hanno un’anima.

A un certo punto, procedendo lungo lo stretto sentiero, scorgemmo, al riparo tra due rocce, un puntino rosso. Solo allora il Piccolo Principe si fermò e io lentamente ripresi coscienza. Quando la mente si ricongiunse con il corpo, mi ritrovai davanti alla porta rossa e serrata del bivacco Dal Bianco, ai piedi della parete Sud della Marmolada. Accanto alla porta due guardiani di roccia vegliavano e proteggevano quel piccolo riparo: la nostra meta. Avrei trascorso la notte tra quelle quattro pareti di lamiera, mentre le montagne mi avrebbero raccontato storie di alpinisti. Storie di uomini mortali, ciascuno con le proprie fragilità, prova inconfutabile della loro umanità. Storie di vittorie e di sconfitte. Storie di vita, segnate da tragedie e da dolori, venate di gioia e di emozioni.

Perché le montagne ogni segreto conoscevano e nel cuore di ogni uomo leggevano.

Posai lo zaino all’interno del bivacco che, con mio grande rammarico, trovai molto sporco e disordinato. Dopo aver spazzato il pavimento e aver scosso le coperte di pile marroni cosparse di briciole di crackers, mi sedetti fuori dal bivacco, in contemplazione. Appollaiata su una roccia, osservavo le montagne imbrunire. Il sole di una calda giornata di settembre si era ormai ritirato, stanco, ma felice del suo operato. Nel cielo non c’era nessuna nuvola, così come nel mio cuore non vi era l’ombra di preoccupazione alcuna. E mentre gli spettri del buio avevano raggiunto la valle, gli angeli della luce giocavano a rincorrersi lassù tra le montagne. Lasciavano nel cielo scie rosate che, con il passare del tempo, divenivano sempre più aranciate. Poi, nel giro di un istante il cielo si infiammò. Fu in quell’attimo che avvenne la mia Epifania. Nel silenzio. Nella pace.

Nella quiete di quell’attimo. Percepì l’Eterno. Il Sublime. L’Assoluto. A lungo lo avevo cercato, ma mai come in quel giorno lo avevo incontrato. Mi sentì incredibilmente viva in quel momento e più vicina che mai a quello stato d’animo chiamato comunemente “felicità”. Accanto a me il Piccolo Principe osservava anch’egli lo spettacolo, in silenzio. Non una parola fu detta. Non un suono fu pronunciato. Fu allora che capì che non sempre c’era bisogno di parole. Le cose più belle si dicono in silenzio. Con i gesti. Con gli sguardi. Non con le parole. E così, complici, rubammo al tempo quell’attimo di eternità, capendo entrambi che, alla fine, è il tempo il dono più prezioso di cui disponiamo. Il tempo presente.  

Poi, quando il cielo divenne più scuro e la placida notte avvolse le cime, ci ritirammo infreddoliti all’interno del bivacco. Dopo aver scaldato le nostre stanche membra con una tazza di tè fumante, ci infilammo, entrambi assorti, nei nostri sacchi a pelo e restammo immobili, in ascolto. Una luce pallida illuminava ora le cime. E mentre la luna sorgeva, una voce roca dalle vette si levava. Era la voce del vento che raccontava. Narrava di posti sperduti e non ancora esplorati. Narrava di luoghi incantati e ancora inviolati. Narrava la storia di due innamorati, i cui destini presto si sarebbero separati.

Mi addormentai con le lacrime che mi rigavano il volto. In cuor mio sapevo che quegli istanti non sarebbero più tornati.

_____
foto:
1. Scrutando l’orizzonte: contemplazione di un tramonto dal Bivacco Dal Bianco.

2. Ai piedi della maestosa Regina delle Dolomiti, la Marmolada.

3. Il Bivacco Dal Bianco e i suoi guardiani di roccia.

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Federica Baron Cardin

Federica Baron Cardin

Le montagne sono il luogo in cui abita il mio cuore. La scrittura è la voce con cui il mio cuore racconta la sua storia. Originaria della città di Treviso, studio Scienze della Comunicazione all’Università di Padova. Profondamente innamorata della vita, mi definisco una sognatrice ardita!


Il mio blog | Non ho un blog/pagina digitale, eleggo altitudini.it come la mia rivista digitale. Mi piace la rivista altitudini.it perché offre a ognuno la meravigliosa opportunità di condividere con gli altri una grande passione, quella per la montagna; permette inoltre, di dare voce a tale passione attraverso le splendide pratiche della scrittura e della lettura.
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