Bandiere di peghiera al Goecha-La verso il Kanchenzonga Sud

Bandiere di peghiera al Goecha-La verso il Kanchenzonga Sud

capitolo . 15

Non c’era un suono, non un soffio, tranne il debole trepestio prodotto dai leggeri passi degli alpinisti. Il fumo che usciva dalla cucina ricadeva orizzontale sul campo. Lo respirò mentre andava verso la tenda mensa dove sapeva che avrebbe dovuto affrontare suo padre. Avvertì il pulsare deciso delle masserizie, e udì dei tenui rumori che parevano esser sopravvissuti al gran clamore: lo sbattacchiare di attrezzi frantumati, il rapido rotolare d’ogni sorta di pentolame sul retro della cucina. Poté discernere indistinta la tozza figura del padre che si teneva a una vecchia piccozza contorta, zoppicante e tutto d’un pezzo come fosse imbalsamato da quello che aveva visto in lontananza. Quella calma inaspettata dell’aria diede a Ettore un senso d’oppressione.

– Siamo feriti a morte, – disse ansando.

– Ne ero sicuro, – fece il capospedizione Bruno Brunelt.

«Davvero?» mormorò fra sé Ettore.

Ettore scoppiò: – Se credete che sia stato un giochetto da nulla…

Ma il capospedizione, aggrappandosi più forte alla piccozza, non gli fece attenzione. – Secondo il satellite il peggio deve ancora venire.

– Se i più non fossero scesi durante la tempesta, nessuno di loro sarebbe uscito vivo da quella parete, – disse Ettore.

– Bisognava fare per loro ciò che è giusto, – borbottò Bruno Brunelt, in tono svagato. – Nelle previsioni non si trova tutto.

– Sì, credo proprio che sarebbero morti tutti se non avessero preso la decisione di uscire dalle tende e di scendere alla svelta, – continuò Ettore con calore.

Dopo le urla di prima, appena udite come sussurri, il tono normale delle voci, così distinto nello stupefacente silenzio dell’aria, rintronava le orecchie. Sembrava loro di parlare sotto una volta scura ed echeggiante.

Attraverso una breccia nella coltre di nuvole cadeva sul ghiaccio la luce del primo giorno, su di un cielo blu scuro che si apriva e chiudeva confusamente. Talvolta la cima di una montagna si increspava di luce e si mescolava al vortice di nuvolaglia che rotolava impetuosamente sull’apertura della valle; e i resti della spedizione Tanghla verbigeravano pesantemente sul fondo di una conca di nubi. Quel denso cerchio di vapori, girando vorticosamente tutt’intorno alla calma del centro, avvolgeva il Campo Base come una muraglia ferma, ininterrotta, dall’aspetto irreale e sinistro. E dentro, quasi agitato da un subbuglio interiore, gli alpinisti si slanciavano in alto sui massi a formare vedette appuntite che si chiamavano l’un l’altra, schiaffeggiando duramente i bidoni del campo; e un fioco lamento, il gemito infinito della tempesta in furia, venne di là dai confini di quella calma minacciosa. Il capospedizione Bruno Brunelt rimaneva silenzioso, ed Ettore con le orecchie sempre tese percepì il debole, prolungato rumoreggiare di un’enorme valanga invisibile avanzante sul limite degli speroni della grande montagna, che poneva un limite pauroso al suo sguardo.

– Naturalmente – riprese egli turbato, – credevano che noi non volessimo salirgli incontro per soccorrerli e rimanere qui al sicuro. Naturalmente! Avete detto «non mandate alcuna squadra di soccorso». Più facile a dire che a fare. Non potevamo sapere quello che avevano in testa. Di scendere. E che qui al Campo Base fosse più pericoloso che su ai campi alti. E che, proprio in mezzo ai portatori, ci fosse una rivolta. Una rivolta! Abbiamo dovuto agire con violenza.

– Dal momento che è finita… – mormorò il capospedizione, senza alzare gli occhi su Ettore, – Bisognava fare ciò che è giusto.

– Ci sarà da aggiustare i conti col diavolo quando sarà finita, – disse Ettore, che si sentiva tutto indolenzito. – Lasciate che si riabbiano un po’, e vedrete. Ci prenderanno per la gola, padre. Non dimenticate, padre, che questa non è una spedizione europea. Anche quei bruti, alpinisti e portatori, lo sanno bene. Maledetta bandiera cinese.

– Comunque, il comando della spedizione spetta a me, – fece rilevare il capospedizione Bruno Brunelt.

– Ancora non è finita,  – insistette Ettore in tono presago, traballando e subito riprendendosi. – Siamo stremati, – aggiunse debolmente.

– Ancora non è finita, – assentì il capospedizione Bruno Brunelt a mezza voce… – Badate alla tenda mensa un momento.

– Lasciate il Campo Base, padre? – chiese Ettore con precipitazione, come se la tempesta avesse dovuto ghermirlo senza scampo non appena fosse rimasto solo con la tenda.

Ed egli guardò il Campo Base, spaesato e solitario, che si affannava in uno scenario selvaggio di nere montagne di ghiaccio illuminato appena dal bagliore di mondi lontani. Esso respirava lentamente, esalando nel centro immobile della bufera l’eccesso della sua vita in una bianca nube di vapore – e la turbinosa esalazione del camino della cucina era come il respiro provocante di una vivente creatura glaciale smaniosa di ricominciare la contesa. D’improvviso cessò. L’aria immobile emise un lamento. Sopra il capo di Ettore un lampo di sole brillò dentro un nero abisso di vapori. Sotto quel lembo di cielo sfavillante gli orli d’inchiostro delle nuvole incombevano minacciosi sulla spedizione. Anche le strabilianti montagne intorno sembravano guardare il Campo Base intensamente, quasi per l’ultima volta, e tutto quel loro splendore era come un diadema su una fronte corrucciata. Il capospedizione Bruno Brunelt era andato nella sala radio. Non c’era luce lì dentro; ma poteva sentire la confusione di quel luogo dove aveva l’abitudine di vivere nell’ordine. Le sedie della postazione erano rovesciate. I libri rotolati sul pavimento: fece scricchiolare un pezzo di vetro sotto lo scarpone. A tentoni cercò i fiammiferi, e trovò la scatola sopra una mensola dall’alto orlo. Ne accese uno e, aguzzando gli occhi, avvicinò la fiammella al barometro la cui lucente testa di vetro e di metallo ciondolava verso di lui senza posa.

La colonna di mercurio era molto bassa – incredibilmente bassa, tanto bassa che il capospedizione Bruno Brunelt emise un grugnito. Il fiammifero si spense, e in tutta fretta, con le grosse dita rigide, egli ne trasse fuori un altro.

E ancora una volta la fiammella illuminò la ciondolante testa di vetro e di metallo. Egli vi posò sopra lo sguardo, stringendo gli occhi con attenzione, quasi aspettasse un segno impercettibile. Con quella faccia grave sembrava un deforme pagano in scarponi che bruciasse incenso davanti a un idolo tibetano. Non c’era dubbio. Era la lettura più bassa che avesse mai rilevato in vita sua.

Il capospedizione Bruno Brunelt emise un fischio leggero. Rimase sopra pensiero finché la fiamma non divenne una scintilla bluastra, gli bruciò le dita e svanì. Forse quel barometro non funzionava più tanto bene!

Sopra la panca di servizio della radio, era avvitato un barometro aneroide. Si girò da quella parte, accese un altro fiammifero, e scoprì la bianca superficie dell’altro strumento occhieggiargli dalla tela della tenda, in modo significativo, che non ammetteva contraddizioni, come se l’indifferenza della materia rendesse infallibile la sapienza degli uomini. Ormai non c’era più possibilità di dubbio. Il capospedizione Bruno Brunelt emise un’esclamazione di disappunto, e gettò via il fiammifero.

Il peggio doveva ancora venire, allora – e se il satellite non sbagliava questo peggio sarebbe stato terribile. L’esperienza delle ultime sei ore aveva allargato la sua cognizione di ciò che poteva essere il brutto tempo. «Sarà spaventoso», disse fra sé. Alla luce dei fiammiferi aveva guardato coscientemente soltanto i barometri; e tuttavia aveva visto lo stesso che i picchetti della tenda erano saltati via dalla loro sede. Ciò parve dargli una più esatta nozione delle scosse tremende subite dalle tende. «Non avrei mai creduto», pensò. E anche il tavolo era stato spazzato; le righe, le matite, i libri – tutti gli oggetti che avevano il loro posto fisso, sicuro – erano andati per terra, come se una mano dispettosa li avesse strappati uno per uno e li avesse sbattuti sul pavimento bagnato. La tempesta aveva fatto irruzione nella metodica compostezza della sua intimità. Ciò non gli era mai accaduto prima, in un Campo Base, e un senso d’angoscia lo assalì nel profondo della sua stessa calma. E il peggio doveva ancora venire! Meno male che parte dei portatori d’alta quota avevano abbandonato i campi alti nonostante egli avesse pensato il contrario. Se, dopo tutto, la spedizione era destinata a fallire, almeno non avrebbe portato con sé la vita di altri uomini lassù imprigionati. Sarebbe stata una cosa vergognosa, ma inevitabile. E in quel sentimento c’era un impegno di umana sollecitudine e un vago senso del giusto ordine delle cose.

In sé questi pensieri improvvisi erano ancora lenti e stentati, come la natura dell’uomo da cui nascevano. Tese la mano per rimettere a posto nell’angolo della mensola la scatola dei fiammiferi. C’erano sempre fiammiferi là per ordine suo. Da tanto tempo il cuoco aveva ricevuto quelle istruzioni. – Una scatola… proprio qui, vedi? Non tanto piena… in modo che sia a portata di mano. Da un momento all’altro si può aver bisogno di luce. In questo posto non si sa mai di che cosa si può aver bisogno da un momento all’altro. Mi raccomando, eh.

E naturalmente dal canto suo ogni volta aveva ben cura di rimetter la scatola a posto. Così fece anche ora, ma prima di ritirar la mano gli venne in mente che forse non avrebbe avuto più occasione d’adoperar quella scatola. Quel pensiero così vivo lo fece esitare e per una frazione infinitesimale di secondo le sue dita si chiusero nuovamente sul piccolo oggetto come fosse il simbolo di tutte le minute abitudini che ci incatenano al gravoso corso della vita. Alla fine l’abbandonò e, lasciandosi cadere sulla sedia, stette ad ascoltare il primo annuncio del ritorno del vento.

Non ancora. Udì solo lo stridio della neve, gli sbuffi pesanti, i colpi sordi dei seracchi sconvolti che si rovesciavano in quota da ogni parte. La spedizione non si sarebbe mai liberata di tutta quella neve.

Ma la calma dell’atmosfera era paurosamente tesa e minacciosa, come una spada tenuta sospesa sulla testa da un sottile capello. E fu con questa pausa raccapricciante che la tempesta riuscì a vincere la resistenza di quell’uomo e a schiudergli le labbra. Le parole si levarono nella solitudine e nelle tenebre dense della tenda, come rivolte dal capospedizione a un altro essere destatosi in lui.

– Mi spiacerebbe perderla, – disse a mezza voce.

Sedeva fuori da ogni sguardo, isolato dalle grandi montagne himalayane, dalla sua spedizione, lontano quasi dal corso della sua stessa esistenza, in cui stranezze simili come il parlare a se stesso non trovavano sicuramente posto. Posò le palme sulle ginocchia, piegò il collo nerboruto e sospirò gravemente, abbandonandosi a una strana sensazione di stanchezza in cui non fu capace riconoscere lo sforzo della tensione mentale.

Dal punto dov’era seduto poteva raggiungere il coperchio di un bidone deposito materiale. Lì dentro doveva esserci una coperta termica. C’era. Bene… La prese e si avvolse il capo, quindi si diede a fregare la testa confusa. Si strofinò energicamente nel buio, poi rimase immobile con la coperta sulle ginocchia. Passò un momento di così profondo silenzio che nessuno avrebbe supposto la presenza d’un uomo seduto nella tenda. Poi si levò un mormorio.

– Possiamo ancora cavarcela. (continua…)

INDEX CAPITOLI
1 cap | 2 cap | 3 cap | 4 cap | 5 cap | 6 cap | 7 cap | 8 cap | 9 cap | 10 cap | 11 cap | 12 cap | 13 cap | 14 cap | 15 cap | 16 cap | 17 cap | 18 cap

SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

alberto_peruffo_01

Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

logo_montura_01     logo_alpstation_01
logo_xacus_01     logo_rifugio campogrosso_01     logo_sabina universitas_01     logo_alcione_01     logo_colli vicentini_01     logo_rifugio roma_01     logo_solsonica_01     logo_fiamm_01     logo_carbo_01     logo_serenissima_01   logo_kastelaar_01

Il post non ha ancora nessun commento. Scrivi tu per primo.

Lascia un commento