Suggestiva immagine con tutta la Zemu Ridge fino al Colle Zemu

Suggestiva immagine con tutta la Zemu Ridge fino al Colle Zemu

capitolo . 13

Charles Evans si era allontanato, e il capospedizione Bruno Brunelt sentiva contro il suo orecchio il pulsare della radio della tenda materiali, come il battito del cuore del campo. La voce di Charles Evans gridava laggiù qualcosa in lontananza. Il Campo Base tremò scosso da un boato, il battito della trasmissione accelerò con un sibilare confuso, poi si arrestò completamente. La faccia del capospedizione Bruno Brunelt era impassibile, e i suoi occhi fissavano la figura del medico accovacciato. Di nuovo la voce di Charles Evans riemerse dal trasmettitore, e ricominciò il battito della trasmissione, a colpi discontinui prima, poi sempre più fluida.

Charles Evans era tornato al trasmettitore. – Importa poco ciò che succede in alto, – disse in fretta; e poi, irritato: – Ci sono raffiche così violente che sembra che da un momento all’altro voleremo via per sempre.

– Una bufera terribile, – fece dall’altra parte del trasmettitore la voce del capospedizione Bruno Brunelt.

– Non lasciamoci portare via, – abbaiò Charles Evans dentro l’apparecchio radio.

– Buio e neve. Non si può vedere da che parte porre ai ripari, – disse la voce. – Bisogna-mantenere-le tende-incollate-al terreno-e affidarsi alla sorte, – continuò a formulare distintamente.

– Faccio quello che posso.

– Siamo-sbattuti-bene-qui-dentro, – proseguì calma la voce. – Comunque-si tira avanti-discretamente. Certo, se la tenda deposito partisse…

Charles Evans, tendendo attento l’orecchio, borbottò stizzito qualcosa fra i denti.

Ma dal deposito la voce pacata si animò per chiedere: – Non avete ancora sentito Ettore? – Quindi, dopo una breve pausa, – Vorrei che si spicciasse. Che ci aggiorni in fretta e venga qui da me per ogni evenienza. A badare alla tenda più importante. Sono affatto solo. Il medico perduto e un solo alpinista…

– Che cosa? – urlò Charles Evans dentro la tenda materiali staccando la testa dal ricevitore. Poi girò dentro l’apparecchio: – Sepolto dalla valanga? – e riappiccicò l’orecchio.

– Perduto la testa, – continuava in tono naturale la voce dalla tenda magazzino. – È una cosa davvero seccante.

A sentir ciò Charles Evans, che ascoltava con la testa piegata, spalancò tanto d’occhi. Udì, comunque, qualcosa che somigliava a una lotta e gli giunsero esclamazioni rotte. Tese l’orecchio; durante questo tempo, Daring Sherpa, con le braccia sollevate, teneva incollata con le palme delle mani la finestra posteriore della tenda che dava segno di cedere dal lato della termosaldatura. Pareva che la ostruisse facendo pressione con la testa, nella posizione regolare d’un qualche gioco sportivo.

Per tenersi fermo, appoggiava la spalla contro una pila di bidoni, con un ginocchio piegato, e alla cintola un cordino con moschettone per agganciarsi a qualcosa. Le sue guance lisce erano secche e arrossate, e la polvere di terra nelle occhiaie, come il bistro di una truccatura, ravvivava il limpido splendore degli occhi, dando al viso giovanile un fascino femmineo, esotico. Quando la tenda veleggiava egli stirava velocemente con agili movimenti delle mani la finestra.

– È impazzito, – ricominciò d’un tratto la voce del capospedizione dalla ricetrasmittente. – Mi si è gettato addosso… Proprio adesso. Ho dovuto sbatterlo giù… In questo momento. Mi sentite, Charles?

– Diavolo! – brontolò Charles Evans. – Attenzione, Daring!

Il suo grido risuonò come un grido d’allarme, tra le voci metalliche delle ricetrasmittenti. Confezionate con un telo ad alta resistenza, le pareti della tenda materiali si innalzavano, oblique, protette da un telo plastificato; e tutto quell’ampio spazio somigliava all’interno di un monumento, diviso in vani da pile di casse, con luci a gas sospese a diverse altezze, e una massa d’ombra esitante al centro, tra il verticale agitarsi del gruppo di alpinisti rimasti in soccorso alle preziose attrezzature. Un risuonar forte e selvaggio, fatto di tutte le voci dell’uragano, incombeva sul relativo calore dell’aria. L’ambiente odorava di sudore umano e cibi speziati, ed era offuscato da un tenue velo di fumo di tabacco. I colpi di vento lì dentro sembravano passare da parte a parte con una scossa sorda e rintronante.

Sul lucido del telo delle pareti tremavano bagliori, come bianche striature di neon; dal terrreno sbucavan fuori una dopo l’altra i numerosi attrezzi in un lampeggiare di ferro e acciaio – quindi sparivano ancora; mentre gli alpinisti, dalle forti articolazioni, simili a membra di robot, sembravano intenti a sistemare ogni cosa con una precisione irresistibile. E più in fondo nella penombra altri alpinisti sgattaiolavano con decisione avanti e indietro, ciondolavano moschettoni, corde sinuose si toccavano dolcemente l’una sull’altra, lente e perpendicolari, in un gioco di ombre e di luci.

Talvolta quei movimenti poderosi e sincronici rallentavano tutt’insieme, quali funzioni di un organismo vivente, colpito da un subitaneo accesso di paura; e gli occhi di Charles Evans brillavano più cupi nel volto pallido e allungato. Egli combatteva la sua battaglia in scarpe da ginnastica. Una giacchetta di pile pelosa e consunta ricopriva appena le reni, e i bianchi polsi gli uscivano dalle maniche corte, quasi che il pericolo l’avesse fatto crescere, gli avesse allungato le membra, aumentato il pallore, infossati gli occhi.

Si muoveva con un’attività incessante e consapevole, saltando su, scomparendo di lato, e quando era fermo, tenendosi sulla sedia da dove ordinava i carichi, osservava a destra la tenuta del telo e l’indicatore del termometro esterno, fissato sulla parete bianca e illuminato da una lampada oscillante. Le tasche di due zaini sbadigliavano stupidamente al suo fianco, e il calendario della spedizione, appeso sotto a un grande orologio, mostrava sovraimpresse delle brevi parole. I gruppi di lettere spiccavano neri e pesanti, all’interno degli spazi giornalieri, simboli espressivi di vibranti esclamazioni: SALITA, CAMPO, DISCESA, VALANGA, FREDDO, QUOTA MASSIMA; e una grossa freccia nera puntava in fondo al calendario dritta alla parola SNOWSTORM, isolata in modo da attirar l’occhio così come un grido acuto chiama a sé l’attenzione.

Il più imponente tra gli alpinisti, minaccioso e imponente nella sua alta mole rivestita di capi consunti, a ogni spinta del vento ansimava dolcemente, e tranne per quel sospiro rassegnato, i compagni muovevano lente o veloci le loro agili membra tremanti con una regolarità decisa e silenziosa. E senza sosta le scure pareti della tenda, le membra in movimento, i picchetti e i tiranti sotto l’occhio vigile di Charles Evans, le masserizie di ferro sparse ai lati, la penombra e i bagliori, tutto questo ondeggiava a destra e a sinistra in uno coll’aspro scuoter del vento contro i fianchi della tenda. L’intero ampio rifugio, rintronando cupo alla gran voce dell’uragano, oscillava come una nave nell’occhio di un tifone, ripiegando su se stesso, quasi urtato qua e là dalle raffiche tremende.

– Spicciatevi a far qualcosa, – gridò Evans, non appena vide comparire Ettore sulla soglia della tenda materiali.

Ettore aveva uno sguardo vago da ubriaco; la faccia rossa e gonfia come avesse dormito troppo a lungo. Il tragitto era stato arduo, ed egli l’aveva compiuto a gran velocità, poiché l’agitazione interna si rifletteva sullo sforzo fisico. Era saltato fuori dal grande masso attraversando un passaggio oscuro, alla luce della pila frontale, inciampando e camminando su di un gruppo di uomini smarriti e pieni di paura che, tutt’intorno, gli domandavano con un borbottar pieno di spavento – Che succede, Sahib? – poi, di corsa verso la tenda materiali, saltando per la fretta diversi sassi messi di traverso a contenimento di altre tende, per entrare in quel luogo profondo come una caverna, nero come l’inferno, boccheggiante come un pentola a pressione. La neve sulle aperture s’infilava ad ogni raffica, e stalattiti di ghiaccio rimbalzavano giù, da un capo all’altro, come frammenti di cristallo su un caverna primitiva.

Lì dentro qualcuno gemeva di dolore, e si scorgeva qualche altro chino su qualcosa che sembrava il corpo disteso d’un morto; una voce robusta bestemmiava; e il bagliore delle lampade frontali pareva una danza spettrale che raggiasse lenta sul velluto delle tenebre.

Una ventata colpì Ettore alla nuca e subito l’avvolse fino alle caviglie gelide. Le aperture della tenda materiali ronzavano: davanti alle cerniere strane figure vestite di tutto punto lottavano, barcollanti e curve, con una pala in mano.

– Ehi! L’aria non manca adesso, – gridò di colpo Daring Sherpa, come se in tutto quel tempo non avesse fatto che aspettar Ettore. Il cuoco della spedizione, un tipetto sveglio, scurissimo di carnagione e con un paio di baffetti neri, abbandonata la solitaria tenda cucina, lavorava con una specie di rapimento estatico. Al sicuro della tenda materiali teneva un pentolone al massimo, e un rintronare cupo, come d’un furgone per mobili vuoto al transito sopra un ponte, faceva da basso continuo a tutti gli altri rumori della tenda.

– Non si fa che a scaricar neve, – continuò a urlare Daring Sherpa. L’apertura di una cerniera, con un rumore simile a quello di un centinaio di insetti volanti, gli sputò sulla spalla un getto di neve gelata, ed egli cominciò a recitare una sequela di preghiere al suo Dio e agli dei tutti, compresa una per l’anima sua, dimostrando grande paura, ma sempre lì a lavorare. Con un urlo violento di sabbia metallica l’abbacinante bagliore del ghiaccio s’apriva livido sulla lampada rotonda nella fronte degli spalatori, illuminandone il volto nel gesto di sputar saliva, le facce dolenti; poi con altri colpi echeggianti le cerniere si richiudevano, e pareva il calare del sipario su una scena d’inferno glaciale.

– Dove finirà questa spedizione della malora? Me lo sapete dire? Dannazione a me! Sotto una montagna di neve – o dove? Qua ne viene giù a tonnellate. Quelle maledette cerniere sono andate all’inferno? eh? Voi non sapete niente, alpinista d’occidente… ?

Ettore, dopo un attimo di sbalordimento, quasi spinto dalla raffica di vento con cui era entrato, attraversò risoluto lo spazio interno della tenda; e non appena i suoi occhi abbracciarono l’ampiezza, la pace e la lucentezza relative del luogo riparato, un urto scosse pesantemente il telo obliquo della tenda e lo sbatté a capofitto addosso al signor Evans.

Il braccio del responsabile materiali, come un lungo tentacolo, si tese verso di lui quasi spinto da una molla e, fattogli fare un giro, lo deviò verso le apparecchiature radio. Contemporaneamente Charles Evans andava ripetendo con premura:

– Il capospedizione vuole parlarti, ad ogni costo.

Ettore gridò alla radio – Mi sentite, padre? – e ascoltò. Nulla. D’improvviso il ruggito del vento gli giunse dritto all’orecchio, e tosto una vocetta tranquilla si fece strada fra le urla dell’uragano.

– Sei tu, Ettore? Ebbene?

Ettore voleva riferire appuntino quello che aveva sentito dalla stazione radio: solo che il tempo pareva mancargliene. Era abbastanza facile rendersi conto di tutto. Immaginava chiaramente i portatori rinserrati su nelle tende ai campi alti o in discesa, sofferenti e atterriti tra le file di corde fisse. A un certo momento, una di quelle corde – o fors’anche più d’una insieme – si sarebbe staccata per una caduta, saltavano i fittoni, e tutti gli alpinisti disperati che erano assicurati come un sol uomo sarebbero stati trascinati giù per i pendii. Poi ogni tentativo di resistere alla caduta lanciava quella turba vagante qua e là, da una parte e dall’altra, in un turbinio di corpi divelti, vesti stracciate, attrezzi rotolanti. Niente poteva ora fermarli tranne la forza bruta. Era un disastro. L’aveva intuito sentendo con le proprie orecchie sulle frequenze della stazione radio e questo era quanto poteva dire. Qualcuno poteva essere morto, almeno credeva. Gli altri continuavano a battersi…

Le sue parole fluivano incalzandosi, affollandosi nelle piccole radio del campo. Fluivano verso il silenzio di un’illuminata comprensione rimasta sola lassù con la tempesta. Ed Ettore non avrebbe voluto aver più a che fare con quell’odiosa complicazione di dover riferire al capo e che veniva ad aumentare la già grandi difficoltà del Campo Base. (continua…)

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SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

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Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

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