Anindya Mukherjee fotografa lo Sperone Sud che si innesta sulla Zemu Ridge e lo Zemu Peak

Anindya Mukherjee fotografa lo Sperone Sud che si innesta sulla Zemu Ridge e lo Zemu Peak

capitolo . 12

Ciò era venuto a riferire nei pressi della tenda mensa. Non poteva tenerselo per sé; e durante una spedizione c’è solo una persona cui valga la pena di confidarsi. Al ritorno i portatori lo svillaneggiarono dandogli dell’incapace. Perché non portava le lampade? Chi diavolo si curava dei portatori? Ma appena fuori, i pericoli a cui era esposto il Campo Base gli fecero apparire di poco momento quel che succedeva dietro al riparo.

Il suo primo pensiero fu d’aver lasciato il masso nell’istante in cui il Campo Base stava per essere cancellato da una valanga. Le prime tende erano state spazzate via, e una enorme slavina riempì il bordo della morena che delimitava il campo. Rimase per un po’ bocconi, tenendosi a un picchetto, col respiro mozzo, e ingoiando polvere nevosa. Troppo spaventato e sconvolto per tornar indietro, si tirò avanti a fatica sulle ginoccchia e sulle mani. In tal guisa raggiunse la parte posteriore della tenda deposito carburanti. In quell’angolo relativamente riparato trovò il medico americano, il sostituto di quello scelto dall’American Alpine Club. Sonam Sherpa rimase gradevolmente sorpreso – ritenendo che allo scoperto ogni anima fosse stata spazzata via da tempo. Domandò ansioso del capospedizione.

– Il capospedizione? Sepolto sotto la neve, dopo averci ficcato in questo pasticcio –. Anche suo figlio, per quanto ne sapeva o se ne curava lui.

Un altro pavido. Ma non importava. Presto tutti li avrebbero seguiti.

Sonam Sherpa si trascinò via di nuovo contro la violenza del vento; non tanto nella speranza di trovare qualcuno, disse poi, ma solo per scostarsi da «quell’uomo». Si trascinò via come un reietto che va ad affrontare un mondo avverso. Ecco il perché della sua grande gioia nel trovare Ettore e il capospedizione Bruno Brunelt. Ma in quel momento ciò che avveniva nel campo passava in seconda linea. D’altronde, era difficile farsi sentire. Riuscì lo stesso a dar l’idea che i portatori ai campi alti scendevano alla deriva insieme ai loro carichi, e che egli era venuto apposta per riferire ciò. Quanto agli altri uomini al riparo, tutti bene. Poi, calmatosi, si lasciò andare appollaiato sotto l’abisde della tenda mensa, stringendo con le mani e con i piedi il palo portante del grande telo – un pezzo di alluminio grosso come una mano. Quando questo fosse andato giù, ebbene, sarebbe crollato giù pure lui. E non pensò più ai portatori prigionieri ai campi alti.

Il capospedizione Bruno Brunelt era riuscito a far capire ad Ettore che doveva mettersi in contatto con i campi alti, comunicare.

– E poi che devo fare, padre? – E il tremito del corpo gelato fece risuonare la voce di Ettore come un belato.

– Hai sentito prima… Sonam Sherpa… dice…… alla deriva.

– Quello sherpa è un perfetto incapace, – mugolò Ettore, tremando.

L’assurdità di quella pretesa, ora, faceva rivoltare Ettore. Non voleva assolutamente muoversi, come se il campo avesse dovuto essere sepolto nel momento in cui egli avesse varcato la soglia della tenda.

– Devo sapere… non posso lasciare…

– Si arrangeranno, padre.

– Stanno scendendo… Sonam dice stanno scendendo. Perché? Non posso lasciare… Stanno scendendo… per la montagna… Preferisco tenervi qui… casomai… fossi… sepolto da una valanga…  Bloccarli… in qualche modo. Mettetevi alla radio e riferitemi… per mezzo della postazione o da una ricetrasmittente… Non voglio che voi… stiate qui… esposti… troppo spesso. Pericoloso… muoversi…  tra le tende.

Ettore, tenuto ben fermo per il capo, dovette ascoltare parole che sembrarono terribili ipotesi.

– Non voglio… che tu sia travolto… finché… la spedizione non è persa… Evans… Brav’uomo… La spedizione… può… cavarsela… ancora bene.

D’un tratto Ettore capì che bisognava salire in soccorso.

– Credete davvero che possiamo cavarcela? – gridò.

Ma il vento ingoiò la risposta, di cui egli udì solo la parola pronunciata con grande energia – … Sempre…

Il capospedizione Bruno Brunelt abbandonò Ettore e, chinandosi su Sonam Sherpa, urlò – Tornate con gli alpinisti – Ettore sapeva soltanto che il padre non gli stringeva più le spalle col braccio. Lo aveva congedato con degli ordini – per fare che? Ettore era giunto a tal punto di disperazione che senza accorgersene abbandonò la sua presa e immediatamente fu travolto dal vento. Pareva che ormai nulla gli avrebbe impedito di essere in balia degli elementi. Si buttò subito giù e Sonam Sherpa, che lo seguiva, gli cadde sopra.

– Non alzatevi, Sahib, – gridò lo sherpa. – Non c’è fretta!

Una spolverata di neve li ricoprì. Ettore udì Sonam Sherpa barbugliare che l’entrata della tenda dalla parte della radio era stata travolta. – Vi farò entrare dall’altra parte, Sahib – strepitò. Urlò pure qualcosa sul fumaiolo della tenda cucina che con ogni probabilità era lì lì per essere divelto dal vento. Ettore pensò che era ben probabile e s’immaginò la spedizione senza cucina, impotente… – Come? Che cosa? – gridava Ettore con ambascia; e l’altro ripeteva – Che direbbe la mia vecchia se mi vedesse ora?

Nella tenda mensa, dove era penetrata della neve che vorticava nel buio, alcuni uomini erano immobili come morti, finché Ettore non inciampò contro uno di essi assicurandosi cautamente di non trovarseli tra i piedi. Due altre voci fiacche allora gli chiesero con ansia: – C’è qualche speranza, signore?

– Che avete, femminucce? – disse, brutalmente. Avrebbe voluto buttarsi in mezzo a loro e non muoversi più. Ma essi sembrarono rianimarsi; e con un coro di avvertimenti premurosi, – Occhio! Attenzione a quel telo, Brunelt, – lo fecero passare dentro alla postazione radio. Sonam Sherpa passò dopo di lui, e non appena si fu messo seduto di fronte alla radio concluse: – Direbbe «Ben ti sta, vecchio imbecille, così imparerai a fare l’alpinista».

Sonam Sherpa ci guadagnava abbastanza e ci teneva farvi spesso allusione. Sua moglie – una grassona – e le due figlie facevano le erbivendole nella parte meridionale di Kathmandu.

Nel buio Ettore, reggendosi a stento sulla sedia, accese la radio principale, e udì come un debole brontolio nella trasmissione. Un vocio smorzato e continuo gli giungeva all’auricolare della cuffia; e da sopra il tumultuare della tempesta scendeva più forte interferendo con i suoni lontani. La testa gli girava. In quella postazione, il movimento del vento sembrava anche a lui insolito e minaccioso, insidiando il suo ardire quasi egli fosse alla sua prima spedizione.

Aveva una mezza intenzione di strisciar fuori di nuovo; ma il ricordo della voce del capospedizione Bruno Brunelt glielo impedì. L’ordine era di mettersi in contatto. A che pro, l’avrebbe voluto sapere.  Fuori di sé dalla paura, si disse che sarebbe salito lui stesso, forzatamente. Ma Sonam Sherpa, ansimando goffamente, l’avvisò di fare attenzione a mettersi in marcia; lassù si svolgeva una lotta siderale. Ed Ettore, come soffrisse fisicamente, volle sapere irritato perché avevano iniziato la discesa.

– Paura di morire! Paura di morire, signore! Tutte quelle vostre tende marce sono andate a pezzi. Quelle dannate tende sono state travolte dappertutto, e loro si proiettano verso il basso a testa in giù – trascinandosi e rotolandosi come pazzi. Un vero e proprio inferno.

Ettore alzò con agitazione il volume della trasmissione. Sonam Sherpa, piccolo di statura com’era, si avvicinò al trasmettitore restando in piedi.

La radio non trasmetteva bene, forse in difficoltà per la neve. Alle loro orecchie giunse uno scoppio formidabile di urla ansiose, gutturali, e uno strano rumore, l’ansimare di tutti quegli uomini affannati. Un boato violento percosse il fianco della montagna: una massa di neve s’abbatté sulla linea dei campi alti rintronando, e sullo schermo dell’oscurità, laddove l’aria era densa e rossastra, i compagni intrappolati a 6850 metri videro dei corpi che sbattevano violentemente sui dirupi, due grosse figure ondeggianti in aria, un paio di braccia stremate avvinghiate a un compagno, un portatore con la bocca aperta che volgeva in alto lo sguardo fisso e selvaggio, e scivolava oltre. Uno zaino vuoto volò via tra lo stupore dei malcapitati; un alpinista piombò in un salto a testa avanti, come lanciato da una grande onda; e più in là, altri, indistinti, ruzzolavano come una massa di pietre rotolanti giù per un greto, scomparendo nel mulinare del vento e della neve, agitando selvaggiamente le braccia. Le corde fisse per la discesa erano cariche di portatori brulicanti come uno sciame di insetti su di un ramo. Aggrappati alle corde in un instabile teoria discendente, picchiavano freneticamente le membra sui corpi e al suolo per resistere alla tormenta e riscaldarsi negli intervalli tra una serie di passi e l’altro, nel mentre irrompeva violenta la tempesta. La montagna vomitò ancora più forte, e quelli cominciarono a cadere: prima si staccò uno, poi due, quindi con un gran grido precipitarono a capofitto tutti gli altri insieme.

Ettore era turbato. Sonam Sherpa, con rude premura, lo scongiurava: – Mettete giù quella radio, Sahib.

Tutta la tenda pareva voler chiudersi su se stessa, mentre continuava a sussultare; e quando un nuovo boato si levò sopra il campo, Ettore pensò che sarebbe stata la fine per tutti. Spense la radio, indietreggiò, e con le mani tremanti si alzò dalla postazione.

Appena Ettore si era allontanato il capospedizione Bruno Brunelt, rimasto solo fuori dalla tenda mensa, camminando di sghembo e vacillando aveva raggiunto il vano generatore presso la tenda deposito carburanti, ancora in piedi, tenuta salda da un alpinista. Poiché il telo della cerniera era in balia del vento, per entrare dovette impegnare una lotta accanita con la bufera, e quando alla fine vi risucì, subito la cerniera non volle sapere di chiudersi e dovette usare le spalle per tendere il telo, quasi egli fosse stato inchiodato dal vento ad un muro per essere fucilato. Si trovò dentro, afferrato ai pali della tenda.

Provò a mettere in moto il generatore d’emergenza, e in quell’angusto spazio la spia d’accensione della macchina formava uno splendente ovale di luce che spiccava nella leggera nebbia biancastra. Il vento urlava, ronzava, fischiava, con raffiche improvvise e inquietanti che spandevano rumori sordi nel rabbioso sferzare della neve. Due paia di ramponi e un sacchetto di materiale appesi a un lungo cavetto ballavano avanti e indietro sbattendo da una parte all’altra nel fondo della tenda. Sotto i piedi le pedane di legno quasi levitavano; ogni volta che la tenda imbarcava un colpo di vento, la neve schizzava attraverso le fessure intorno alle cerniere, e l’alpinista che teneva saldo la tenda materiali, che aveva levato il cappuccio di protezione e aperto il piumino restando a mani nude, si puntellava contro il terreno dove era infissa l’asta centrale. La grande asta d’alluminio nelle sue mani sembrava un giocattolo fragile e opalescente. I muscoli del collo si tendevano rigidi e sottili, la fossa della gola era come una macchia scura, e il volto calmo e incavato come quello di un morto.

Il capospedizione Bruno Brunelt si riscaldò le mani. La slavina che l’aveva quasi travolto gli aveva causato una ferita sul lato destro della testa brizzolata, e ciò gli dava fastidio. I suoi fitti capelli argentati, d’acciaio, resi più chiari dal gelo, sembravano formare una spazzola contundente di ferro abrasivo pronta a ramponare il ghiaccio più duro. Il volto, lucido di neve e tensione, era arrossato dal vento, e dalle fitte pungenti delle raffiche. Aveva l’aria d’uscire tutto ibernato da un frigorifero.

–  Siete qui, voi? – brontolò sordamente.

Il medico americano era riuscito a rifugiarsi nella tenda materiali poco prima. S’era ficcato in un angolo, accovacciandosi sulle ginocchia con i pugni contro le tempie; e il suo atteggiamento esprimeva collera, dolore, rassegnazione, abbandono, con una specie di rancore raccolto. Con un tono lugubre e insolente disse:– Be’, dove vuole che vada?

L’asta centrale della tenda strepitava, si fletteva, strepitava ancora; e gli occhi dell’alpinista che lo teneva saldo parevano schizzare da un volto affamato come se la lampada appesa sul telone fosse stato un grosso salame. Dio sa da quanto era stato avvinghiato a quel palo, dimenticato da tutti i suoi compagni. Non era più entrato alcuno; nessuno gli dava il cambio; lo spirito di compagnia era andata a farsi benedire; ma egli cercava di tenere in piedi la baracca. Le altre tende potevano anche essere state spazzate via, per quello che ne sapeva, e i portatori morti, il generatore a pezzi, il Campo Base prossimo a rivoltarsi sossopra come un cimitero, un campo santo. Sua unica preoccupazione era di non perdere la testa e mantenere il controllo della tenda, mentre la lampada, dimenandosi sul gancio di sospensione, aveva lunghe oscillazioni nei due sensi e talvolta sembrava compiere un giro completo. La tensione mentale lo faceva soffrire. Per di più aveva una gran paura che il palo si rompesse da un momento all’altro. Raffiche violentissime di vento lo scuotevano continuamente. Quando la tenda faceva una delle sue flessioni disperate gli si contraevano gli angoli della bocca.

Il capospedizione Bruno Brunelt alzò lo sguardo sull’orologio della tenda deposito.

Le lancette nere parevano completamente immobili sul bianco quadrante fissato sul telone. Era l’una e mezzo del mattino.

«Un altro giorno», borbottò fra sé.

Il medico lo sentì, e alzando la testa come un’anima afflitta tra le rovine, – Non ne vedrete l’alba, – esclamò – Gli si vedevano tremare violentemente i pugni e le ginocchia. – Non, perdio! Voi, non…

E tornò ad afferrarsi la testa tra i pugni.

L’alpinista sul palo s’era appena mosso col corpo, ma la testa era rimasta immobile sul collo – come una testa di pietra fissa a guardare da una colonna sempre verso una direzione. Durante un’infuriata di vento che quasi gli fece piegare le gambe tese sugli scarponi d’alta montagna, mentre barcollava per tenersi in piedi, il capospedizione Bruno Brunelt disse severamente – Non far caso a ciò che dice quest’uomo –. E poi, con un indefinibile mutamento di tono, aggiunse molto serio: – Non è dei nostri.

L’alpinista non disse nulla.

L’uragano rimbombava, scuotendo la grande tenda, che sembrava impenetrabile all’aria; e nel vano la luce del generatore vacillava continuamente.

– Non c’è nessuno che possa sostituirti, – continuò il capospedizione Bruno Brunelt con gli occhi bassi. – Comunque bisogna che tu rimanga qui a sostegno finché puoi. Ormai hai fatto la mano. Un altro non potrebbe farcela. Non ce la farebbe. Non è un gioco da ragazzi. E gli uomini fuori probabilmente sono occupati a far qualcosa… Credi di farcela?

Il telo che partiva dal palo lanciò uno strepito secco ma di poca durata, poi si fermò gelido come una lastra; e l’uomo, calmo, con gli occhi sempre fissi, scoppiò, come se tutta la sua sofferenza gli si fosse racchiusa nelle labbra: – In nome di Dio, capo! Posso restare impalato qui per l’eternità se nessuno mi parla.

– Ah! Sì! Benissimo… – Per la prima volta il capospedizione alzò gli occhi sull’uomo, – … George Band.

E la cosa parve passargli del tutto fuori di mente. Si chinò sulla radio di servizio al campo, l’accese, e pronunciò un comando in codice. Dall’apparecchio rispose Evans, e subito il capospedizione Bruno Brunelt mise le labbra sul trasmettitore.

In mezzo al tumultuare della tempesta egli vi applicava alternativamente le labbra e l’orecchio, e la voce dalla tenda materiali si erogava a lui disturbata come se provenisse dalla furia di una battaglia. Uno dei suoi aiutanti era infortunato, gli altri avevano mollato, uno sherpa e un alpinista della prima squadra stavano puntellati ai picchetti. Un altro sherpa era appeso all’asta principale. La tenda materiali veniva tenuta sotto controllo grazie al grande peso dei materiali e delle casse. Come andava dall’altra parte del campo, alla tenda cucina?

– Non troppo bene. Contiamo sopra tutto su di voi, – disse il capospedizione Bruno Brunelt. Ettore aveva comunicato con voi? No? Bene, l’avrebbe fatto fra poco. Voleva Evans mettersi in comunicazione attraverso un portavoce? – Sonam Sherpa, perché egli – il capospedizione – tornava subito alla postazione radio. C’era dell’agitazione tra i portatori ai campi alti. Pareva che avessero iniziato a scendere. In ogni caso non poteva permettere che scendessero… (continua…)


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SNOWSTORM — Reportage di un’assenza dalla rete — Spedizione k2014.it (clicca per aprire)

K2014.it | East HimalayaTeam | Intervista ad Alberto Peruffo |

SNOWSTORM // L’ULTIMA SPEDIZIONE DI BRUNO BRUNELT
Un romanzo di situazione scritto da Joseph Conrad, Ugo Mursia e Alberto Peruffo
1000 e più variazioni sopra un manoscritto di Joseph Conrad, egregiamente tradotto da Ugo Mursia, ri–situazionato da Alberto Peruffo

Joseph-Conrad_01Joseph Conrad (1857-1924), nato in Ucraina, ma rimasto ben presto orfano di entrambi i genitori, fu affidato alla tutela di uno zio e, appena diciassettenne, partí per Marsiglia spinto da un’irresistibile vocazione per la navigazione. Per vent’anni viaggiò in quasi tutti i mari. L’attenzione suscitata dal suo primo romanzo lo indusse a lasciare la Marina e a stabilirsi in Inghilterra (aveva ottenuto nel frattempo la cittadinanza inglese) per dedicarsi all’attività letteraria. Della sua opera, Einaudi ha pubblicato: Heart of Darkness. Cuore di tenebra («ET Classici»); The Shadow-Line. La Linea d’ombra (serie bilingue); Vittoria; Typhoon. Typhon. Tifone (serie trilingue ed «Einaudi Tascabili»). Racconti di mare e di costa, La freccia d’oro e Vittoria. Un racconto delle isole.

Ugo_Mursia_01Ugo Mursia (1916-1982) è stato uno dei maggiori editori italiani, uomo di lettere e impegno civile, fondatore dell’omonima casa editrice. La sua personale passione per il mare e la navigazione lo spinge verso Joseph Conrad. Sin dagli anni giovanili colleziona edizioni originali e di letteratura critica sull’autore, ma soprattutto intraprende traduzioni e studi. I suoi articoli, pubblicati principalmente su riviste scientifiche e letterarie, italiane e straniere, sono stati raccolti in Ugo Mursia, Scritti conradiani, a cura di Mario Curreli, Mursia, Milano, 1983. Oltre alle traduzioni di Typhoon (1959), Le sorelle. Romanzo incompiuto (1968) e Cuore di tenebra (1978), l’attività di Mursia come esperto conradiano culmina nell’edizione critica dell’intera opera del romanziere anglo-polacco, uscita in cinque volumi tra il 1967 e il 1982 per i tipi della sua stessa casa editrice. A Mursia si deve anche la traduzione italiana della biografia di Joseph Conrad scritta da Jocelyn Baines (1960) e la pubblicazione dell’edizione italiana della rivista statunitense Conradiana. A journal of Joseph Conrad studies, fondata nel 1968. La passione per Conrad lo porta a raccogliere cimeli, documenti, prime edizioni e a finanziare una spedizione in Tasmania per recuperare la prua dell’Otago, il brigantino comandato dallo scrittore che era affondato in quelle acque.

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Alberto Peruffo (1967), fondatore nel 1999 del progetto culturale Intraisass – Rivista di letteratura, alpinismo e arti visive, il più antico progetto di letteratura di alpinismo comparso in Rete, è il capospedizione di K2014 CAI-150, spedizione esplorativa nell’area Zemu del Kanchenzonga per i 150 anni del Club Alpino Italiano. Per scelta personale ha deciso di “uscire dalla Rete attiva” nel 2012 in preparazione della nuova spedizione e di architettare per l’occasione un “Reportage di un’assenza dalla Rete” come progetto di comunicazione. A causa del divieto dell’uso di apparecchiature satellitari nell’area esplorativa del Kanchenzonga, sotto giurisdizione indiana, saranno inviati come aggiornamento dei “dispacci” tramite staffette (amici e gente del luogo al seguito della spedizione), senza la certezza che arriveranno a destinazione. Se arriveranno, saranno pubblicati prontamente da altitudini.it nel corso della pubblicazione del Romanzo di Situazione, provocatorio sostituto del diario classico di spedizione e della moltitudine di messaggi e di informazioni che caretterizzano l’epoca dei social network. Ricordiamo che Alberto fu tra i primi sperimentatori in assoluto delle comunicazioni satellitari dai campi base, tra cui la memorabile Spedizione Chiantar 2000 nell’Hindu Kusk pakistano, Premio Paolo Consiglio CAAI 2001. Leggi qui l’intervista che introduce l’esperimento. Storyboard visuale dei più importanti progetti e interventi culturali di Alberto.

ABSTRACT
Himalaya orientale. Un uragano di neve e valanghe mai visto prima da occhi umani si scaraventa sul Campo Base e sui fianchi della montagna più alta del mondo ancora da scalare, meta di un’ambiziosa spedizione internazionale. Gli strumenti digitali moderni si scontrano con l’esperienza del vecchio capospedizione. Su ai campi alti gli scalatori non hanno vie di fuga. Al Campo Base accade l’impensabile: alpinisti e portatori sono travolti dalla calamità naturale e dall’impasse sociale che ne consegue, fatti inimmaginabili anche al più esperto degli esploratori. Sarà l’ultima avventura del mitico capospedizione Bruno Brunelt e del figlio Ettore?
Niente di meglio di un cambio radicale di situazione dimostra l’efficacia e la maestria delle parole di un grandissimo scrittore e del suo traduttore. Un romanzo insuperato – «Il più alto esempio di letteratura di mare» scriveva André Gidé subito dopo aver letto Tifone di Joseph Conrad – sulla soglia della più straordinaria prova, accattivante anche per il più insensibile dei lettori: il cambio di situazione.

Dal mare alla montagna una delle più audaci prove di letteratura per noi concepibile.
Tra i personaggi alcuni dei grandi protagonisti poco conosciuti della storia dell’alpinismo mondiale.

«… Si chiamano bufere di neve ad alta tensione. SNOWSTORM… Ad Ettore pareva non andasse… Non si vedono nelle immagini del satellite… Non potevo permettere…»

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