Reportage

#41 SULLA S’CIARA (DE ORO)

testo e foto di Katia Tormen  / Borgo Valbelluna (BL)

18/12/2020
8 min
Il Bando del BC20

Sulla S’ciara (de oro)

di Katia Tormen

Non ho mai fatto una ferrata in vita mia.

Ho indossato un imbrago durante un paio di uscite di arrampicata su parete artificiale in una vita precedente, poi lo ho venduto. Quello che ho ora è nuovo fiammante, se ne sta col casco e il dissipatore, nuovi pure quelli, dentro al mio bellissimo zaino blu, al quale ho staccato il cartellino del prezzo giusto ieri sera.

Guido piano sulle strade deserte verso Bolzano Bellunese, una frazione del capoluogo adagiata allo sbocco della valle dell’Ardo e vedo il blu del cielo illanguidire verso est e spegnere pian piano le stelle. Da un certo punto in avanti seguo le tabelle che già portano il nome del rifugio: mai stata qui, ma spero davvero manchi poco perché la strada è stretta, ripida e tortuosa e mi spaventa di più il fatto di trovare un mezzo in discesa che tutto il resto della giornata che mi attende. Arrivo dove termina l’asfalto, parcheggio e riemergo dall’apnea.
Oramai il cielo è azzurro anche sopra la mia testa, velato appena da sfilacciate nuvole rosa, e dopo essermi infilata gli scarponi, nuovi, scatto una foto così, tanto per testimoniare l’ora di partenza: sono le 5:30. Potrei dire in perfetto orario sulla tabella di marcia, se solo ne avessi una. In realtà, sebbene mi sia documentata ampiamente sui tempi di percorrenza, l’unico punto fermo che mi sono posta è essere fuori dai cavi prima che faccia buio.
Comunque, nello zaino, ho una frontale. Nuova.

Mi incammino, solitaria, su quella che inizialmente è una larga strada forestale in leggera salita. Parto piano, lo zaino pesa e comunque meglio dosare le energie. Mi lascio distrarre da qualsiasi cosa, una targa fissata alla roccia, una radice ritorta, un uccellino che cinguetta.
Sembra sia la prima volta che vado in montagna, invece è solo la prima volta dopo tanto, troppo tempo. Ma non ho scordato gli insegnamenti che i miei genitori mi hanno ripetuto fino alla noia quando da bambina mi hanno iniziato all’andar per monti: equipaggiamento adatto, meteo stabile, mai andare da soli. Essere ligia alle regole non è mai stato il mio forte, però…

Quasi d’improvviso la carrareccia si trasforma in sentiero il quale prosegue sinuoso, sospeso sopra il torrente Ardo che rumoreggia in basso.
L’arrivo al famigerato Ponte Mariano è una mezza delusione, non mi aspettavo certo uno sgraziato manufatto in cemento che pare messo lì a casaccio, tuttavia svolge egregiamente il suo lavoro e mi ritrovo così sulla destra orografica. Proseguo in salita nel bosco, incontro un paio di persone in discesa e un capriolo che mi osserva curioso prima di fuggire a grandi balzi tra il rumore di rami spezzati. Mi sento piena di energia, determinata, ma un fastidioso dolore al tallone di cui conosco bene il significato mi costringe ad uno stop. Vesciche, non per colpa degli scarponi nuovi ma dei calzini vecchi. Rimedio al danno con una serie di cerotti e riprendo il cammino, sperando che questo inconveniente non mi costringa ad una rinuncia che, per quanto messa in preventivo, mi darebbe parecchio dispiacere.

Una tabella annuncia l’inizio del “Calvario”, ultimo tratto in decisa salita prima di arrivare al rifugio. Uscendo dal bosco gli occhi, prima ancora che sulla costruzione dai balconi azzurri, si spalancano sulla verticalità di roccia grigia che la sovrasta. Mi fermo, cercando di indovinare la via di salita e mi pare impossibile che veramente si possa arrivare fino a lassù senza essere provetti scalatori.
Guadagno il rifugio e chiedo un caffè alla ragazza che sta dietro il minuscolo banco e che quasi mortificata mi dice che però è di moka, ignara di farmi un bellissimo regalo.
Mentre aspetto muovo i piedi negli scarponi per capire se l’avventura può continuare. Il corpo mi manda segnali positivi.
«Ho intenzione di fare le ferrate, se per le 10 di stasera non mi rivedi, al limite fa’ un fischio al soccorso alpino», butto là tra il serio e il faceto.
«Figurati, non ce ne sarà sicuramente bisogno!»
Le sorrido, pago ed esco.

Il Porton è una grande nicchia nera alla base della parete che fa da riferimento per l’attacco della ferrata. Ci si arriva arrancando per tornanti lungo una pala erbosa esposta al sole che già picchia duro. Sui grossi massi che costellano gli ultimi metri di salita, una coppia di ragazzi sta indossando l’attrezzatura per approcciare il percorso mentre un uomo di mezza età ha già le mani sul cavo e procede spedito sul primo traverso.

Indosso anche io tutto l’armamentario stando bene attenta a fare le cose per bene come ho visto nei tutorial sul web. Lascio partire la coppietta, io attendo qualche minuto, l’adrenalina a mille. Guardò giù, verso il rifugio, verso la valle dell’Ardo e Belluno accarezzata dal Piave e mi sento pervadere dalla gratitudine per avere il privilegio di vivere in questi luoghi.
Faccio un respiro profondo e parto. Trovo subito il cavo che porta verso destra.

Il primo “Clack! Clack! Frrrrrrr…” della mia vita è a dir poco emozionante, quasi musica, invece che rumore. Mi sorprendo ad avanzare con naturalezza e bastano pochi minuti per ammettere con me stessa che mi sto proprio divertendo parecchio. Mettere le mani sulla roccia evoca in me sensazioni primordiali, mentre salgo non provo paura ma anzi mi sento addosso una calma che raramente ho provato nella mia vita.
Sotto un salto di roccia da superare tramite una scala di ferro raggiungo i due ragazzi. Sono molto lenti, lei avanza con difficoltà così, in un tratto di solo sentiero, li supero e in breve li perdo di vista.
Procedo senza tentennamenti, sorpresa io per prima della facilità con cui trovo appigli ed appoggi.

La Gusela mi compare davanti quasi inaspettata. È più piccola di come me l’aspettavo, ma non posso non restare incantata di fronte a quel monolite grigio che sembra appoggiato lì da qualche burlone, sull’orlo del precipizio, pare quasi che basti toccarla per farla cadere.
Raggiungo il bivacco Della Bernardina, la classica costruzione in lamiera rossa che risente un poco degli acciacchi del tempo. Lo apro, recupero il libro delle presenze e lascio traccia del mio passaggio con una breve frase prima di metter mano ai viveri credendo, erroneamente, che non manchi poi tanto alla vetta.

C’è un silenzio meraviglioso e una brezza leggera attenua di poco il calore del sole. So che da lassù il mio papà mi osserva e spero non sia troppo arrabbiato perché gli ho disubbidito. Mai avrei pensato di arrivare fin quassù, potrei anche essere appagata e in realtà lo sono, ma provo sensazioni positive e quindi continuo.
Una freccia rossa dietro il bivacco indica la via per la vetta. Salendo per roccette giungo ad una scaletta leggermente strapiombante e fissata alta da terra, dalla quale, preceduto da qualche sasso che mi schiva di poco, scende il signore già incontrato all’attacco il quale, profondendosi dapprima in scuse, avvalla appieno la mia scelta solitaria e mi saluta.
L’antipatica scaletta mi dà del filo da torcere, devo tirarmi su a forza di braccia e arpionarmi al primo piolo con un rinvio che tengo appeso all’imbrago per ogni evenienza, ma da lì in avanti la progressione continua senza particolari intoppi.

D’un tratto non trovo più nulla da salire e mi accorgo di essere sulla cima. Ci rimango un po’ male, me l’aspettavo diversa ma è il panorama che ho intorno che invece è al di sopra di ogni aspettativa. La vista spazia su montagne che stento a riconoscere se non nei profili più noti, ma mi prendo il tempo di estrarre la cartina e identificarne alcune.
Oltre a qualche ometto di sassi e ai monconi in acciaio di una croce ci sono i due giovani stranieri probabilmente saliti diretti mentre io mi attardavo al bivacco. Ne approfitto per farmi immortalare sulla cima, una cosa veloce senza mettermi in posa ma solo a testimonianza della mia presenza a 2565 metri.

La strada che mi attende è ancora lunga quindi saluto, riprendo il sentiero che in leggera discesa corre lungo la dorsale che dalla cima porta a forcella Nerville. Fatti pochi metri, però si presenta un imprevisto: una cresta. Ho un pessimo rapporto col vuoto, da quando durante una camminata sul Visentin mio padre mi aveva raccontato di una tragedia dove mamma e figlia erano morte scivolando dal sentiero che passa sul crinale. La cosa mi aveva scosso tanto da crearmi per qualche tempo disturbi del sonno e lasciandomi come strascico una profonda sensazione di disagio nell’affrontare terreni esposti su più lati.

Osservo il dorso erboso. Non ha nulla di estremo, gli alpinisti veri lo farebbero ad occhi chiusi, eppure io sto lì a valutare se sia il caso di perdere la dignità facendolo carponi oppure affrontare le mie paure. Ovviamente l’idea di tornare indietro non mi sfiora. Rifletto se sia il caso, dopo tutto ciò che ho fatto finora, di farmi fermare da questo, quindi faccio un passo, poi un altro e un altro ancora. All’incirca a metà strada apro le braccia e urlo, non mi importa se qualcuno mi sente e mi prende per matta. È una conquista che mi entusiasma più della vetta, sento che questa montagna mi ha fatto un grande regalo, il tempo e lo spazio per credere in me stessa ed era quello che andavo cercando.

Perdo quota per balze prative fino al bivacco del Marmol che contrariamente al precedente è nuovo di zecca. Sosto anche qui in silenziosa contemplazione poi, col sole che ormai si nasconde dietro le Pale del Balcon percorro in discesa l’ultima ferrata.
Col calo dell’adrenalina cominciano a farsi sentire alcuni acciacchi cui prima non avevo badato. Scendo in totale isolamento mentre intorno a me cala la sera e quando torno a scorgere il rifugio in basso, ne intravedo le finestre illuminate. Anche nei paesi della Valbelluna si sono accese le luci. L’ultimo “Clack! Clack! Frrrrrrr…” mi deposita nuovamente sui massi sotto al Porton. Mi siedo e con molta calma mi tolgo casco e imbrago, poi resto un poco a guardare la montagna, a ringraziarla per la bellissima avventura e a riordinare tutte le sensazioni che si accavallano nel mio animo. Mi indirizzo alla volta del rifugio, con lo stomaco che brontola. Correrei, se ne avessi le forze, invece devo stare attenta a come cammino perché i piedi mi fanno malissimo, non devo essere una bella visione, ma per fortuna non credo ci sia nessuno a guardarmi.

Al rifugio la stessa ragazza del mattino mi riconosce immediatamente: «Hai visto che ce l’hai fatta?»
Sento di avere un aspetto terribile: la pelle del viso e del collo pizzica, puzzo e ho graffi ed escoriazioni un po’ ovunque. Mangio un panino accompagnato da una meritata birra, poi indosso la lampada frontale e lentamente percorro il tragitto che mi separa dall’auto. Non c’è bisogno di accendere la lampada, la luce della luna piena è sufficiente, filtra tra i rami creando un paesaggio surreale.

Ritorno dove ero partita, ma mi sento diversa da come ero partita. Più determinata, più consapevole ed estremamente felice. Non faccio nemmeno lo sforzo di togliermi gli scarponi, chiamo mia suocera e le chiedo se mi fa trovare i miei figli in fondo alle scale che passo a prenderli fra dieci minuti. Li carico in auto mentre mi sorbisco una predica sull’irresponsabilità, sull’incoscienza, sull’utilità di sfidare la montagna per dimostrare qualcosa.
Sfidare? Dimostrare? Sento questi termini totalmente alieni, non mi appartengono, non oggi almeno. Non è stata una gara, non è stata una lotta ma uno scoprire e, soprattutto, uno scoprirmi.

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foto:
1. In cima alla Schiara.

2. La parete si innalza sopra il rifugio.
3. La Gusela del Vescovà.

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Katia Tormen

Katia Tormen

Faccio tante cose e tutte piuttosto male, ma quelle che adoro di più sono il frequentare la montagna in ogni stagione e in ogni modo e scrivere. Ho due figli ai quali cerco di trasmettere la passione, l'amore e il rispetto per i bellissimi luoghi di cui siamo, fortunatamente circondati.


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